Giustino Ferri. (LEANDRO).
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Gli orecchini di Stefania.
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1884. . Sommaruga e Compagni Editori. ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Presentazione.
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Gli orecchini di Stefania  il primo di tre romanzi accomunati da un pre titolo posto tra parentesi Roma gialla. Giallo  infatti il colore della bandiera vaticana. Ferri stesso anticipa programmaticamente il filo comune di questa trilogia: Gli orecchini di Stefania sono istoriati di tutti gli intrighi, le trame, gli avviluppamenti pi ingarbugliati della sottigliezza gesuitica, della astuzia clericale, aiutata dalla ricchezza e dalla potenza patrizia. Lintrigo, in questo primo romanzo della trilogia, verte sul tentativo di incastrare un giovane nobile incolpandolo di furto, per mezzo di una diffamazione accuratamente studiata e congegnata nel tempo. Il personaggio sul quale si impernia questo tentativo calunnioso appare sotto vesti che sono ben lontane dallessere le sue, ma il mistero sulla sua identit si dissiper solo allepilogo del romanzo.
Primo impegno narrativo di ampio respiro del Ferri, presenta tutte le caratteristiche tipicamente negative del romanzo dappendice, sia per lo sviluppo della trama che per la scrittura spesso un poco arruffata. Ebbe comunque vasto successo al momento della pubblicazione e segna senza dubbio uno dei tentativi letterari pi interessanti di mettere a nudo le piaghe pi purulente dellambiente che si era venuto a costituire nelle prime fasi di sviluppo di Roma capitale sovrapponendo alla Roma vaticana la nuova Roma umbertina.
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L'AUTORE.
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Giustino Ferri nacque a Picinisco il 23 marzo 1856. Fece ottimi studi al Liceo Tulliano di Arpino. Nel 1878 si laure in legge a Napoli, per compiacere il padre avvocato. La sua vera vocazione era per la letteratura e il giornalismo. Quando Ferri nel 1880 si trasfer a Roma, neocapitale piuttosto arretrata e provinciale, sorprese tutti per la sua vasta e profonda cultura. Nello stesso anno inizi la collaborazione al Capitan Fracassa, di cui divenne poi redattore, con articoli di variet e brevi racconti, firmati Leandro, uno dei tanti suoi pseudonimi. Il giornale, con la sua battaglia antitrasformista e limpegno per la moralizzazione della vita pubblica, era in consonanza con la formazione e le idee di Ferri. 
Il trasferimento a Roma della sede della capitale del regno dItalia  avvenne in pratica nel 1871, quando vi si trasfer la corte savoiarda. Limpegno e le illusioni di tanti protagonisti della storia risorgimentale vennero presto frustrati dal provincialismo corrotto, alimentato per secoli dal clericalismo vaticano, sul quale era riuscito a inserirsi prontamente e brillantemente il gusto per lintrigo, linutile sfarzo, il clientelismo fine a se stesso della monarchia.
Giustino Ferri, che in quegli anni si era trasferito a Roma, dedic a questo ambiente e alla passione per lintrigo che si era sviluppato al meglio tramite la mirabile sintesi tra clero e aristocrazia, una trilogia di romanzi dei quali questo Gli orecchini di Stefania  il primo.
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GLI ORECCHINI DI STEFANIA.
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ROMA GIALLA.
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ROMA GIALLA non  una nuova regione da me scoperta, non  una casta, n  il nome di una classe speciale, di un partito politico o di una associazione segreta. Topograficamente i confini di Roma Gialla sarebbero difficili a determinare sulla carta del nuovo piano regolatore. Logicamente, politicamente e moralmente sarebbe quasi impossibile darne una definizione precisa. C' parecchie famiglie aristocratiche e clericali e, (in parecchie famiglie aristocratiche e clericali, di quelle che i cronisti teatrali e i giornalisti d'inverno nei loro articoli di High-life chiamano l'aristocrazia gialla,) c' molti individui, che non sono cittadini di questa Roma Gialla. Piuttosto che una determinazione topografica o una definizione logica ed etimologica,  possibile forse dare di Roma Gialla un saggio di censimento.
E prima di tutto il giallo, che sventola sul vessillo di questa citt metaforica e sulle dense schiere di questo esercito senza divisa e senza causa comune,  certo un colore d'origine vaticana: ma Roma Gialla  meno codina del regno d'Italia che proclama una religione dello Stato: le sue porte sono spalancate agli atei, agli scettici, ai materialisti, ai liberali moderati, ai conservatori, ai falsi repubblicani, ai socialisti apocrifi, a tutti gl'intriganti audaci o prudenti, a tutti gli scontenti di qualunque classe, ai disertori di qualunque bandiera. Coccapieller  stato il tribuno di Roma Gialla. Ricciotti Garibaldi potrebbe diventarne forse un giorno il capitan generale supremo. Oltre la reazione quel giallo simboleggia l'oro che i romani gialli o posseggono e vogliono conservare a ogni costo, o si struggono di possedere, o vogliono spendere senza darsi il fastidio di guadagnarlo in un modo o nell'altro. Ancora quel giallo  la bile che, se non tinge il volto, macchia la coscienza di tutti coloro che non hanno saputo, e forse dapprima veramente non hanno voluto, assidersi al grasso e magnifico banchetto borghese, imbandito a Roma dopo il Settanta al suono dell'inno reale, con qualche variazione gesuitica sul tema dell'inno garibaldino.
La folla elegantemente mendica si stringe attorno alle mense, ma i convitati hanno gi preso tutti i posti e non si muovono, bench il banchetto volga alla fine. Avarizia in tutti e due i suoi significati, avarizia conservatrice, e avarizia sovversiva, la digestione e l'appetito dell'oro, stringono in una singolare alleanza questi nemici, che, o soddisfatti o avidi, non riconoscono altra ragione sociale che la ricchezza con l'ozio, da difendere o da conquistare. E il giallo, un colore splendido ed equivoco, rappresenta a meraviglia cos le temerarie illusioni di questi, come la paura, direbbe il Dossi, deretana di quelli, che troppo tardi si pentono di aver esposta all'invidia cenciosa e astiosa le ville immense, ingiustamente trascurate dal geografo nella carta generale d'Italia, le gallerie regali, in cui l'arte e il patriziato hanno accumulato splendori e valori, che i ladronecci delle banche e gli isterismi industriali non giungeranno mai a creare.
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Il principe che invece di assistere al soglio, assiste alla teletta intima di una donna che non  stata mai signorina e che non  perci diventata signora, lasciando che sua moglie assista alla rovina della sua casa secolare in compagnia del confessore,  cittadino di Roma Gialla. Di Roma Gialla  cittadino l'altro principe che vende la sua biblioteca perch la vedova formosa di un fotografo non risponda alle sue amorose sollecitazioni con una... negativa. E concittadino di questi principi  il duca barbogio che firma a una ballerina la cambiale di centomila lire per una notte e incarica segretamente l'Azzeccagarbugli di casa di acconciar poi lui la faccenda per ventimila. Tutti cittadini di Roma Gialla; arcades... tutti quanti. C' un altro principe (a Roma in generale, e a Roma Gialla in particolare, ci sono pi principi che fattorini pubblici,) il quale, per provare davanti al tribunale l'affetto di sua moglie che aveva sprta domanda di separazione, pubblic per le stampe le relazioni epistolari che la principessa usava fargli delle sue periodiche infermit mensili e femminili.
Gli scandali giudiziari scoppiano frequenti a Roma Gialla e gettano spesso alla folla avida di rivelazioni salaci il segreto delle pi ascose perfezioni o imperfezioni delle dame romane.
Chi non ricorda il processo famoso, nel quale un altro principe, anche un altro! fu costretto a parlare sulle grazie callipigie della bella consorte, e le delizie sodomitiche della sua vita coniugale?
Ce n' altri che si atteggiano a Mecenati, e favoriscono i disegni di grandi esposizioni a Roma, per vendere a prezzi favolosi il terreno da costruzione, che ora invece costa loro spese enormi per l'uso a cui l'hanno fastosamente destinato. Non mancano quelli che vorrebbero mettersi alla testa di grandi imprese agricole di conciliazioni tra la Chiesa e lo Stato, di partiti politici ancora da nascere. Tutti di Roma Gialla; anzi capi, generali, condottieri della Roma Gialla militante.
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Attorno a queste stelle fisse si muovono, si agitano miriadi di pianeti, di comete, di meteore pi o meno brillanti, a luce intermittente, seguita da lunghe eclissi. Sono i pessimisti di professione, impazienti dell'oggi bench spesso fortunato, sprezzatori del domani bench gravido di promesse, adoratori del passato, alleati consci o inconsci di tutte le cospirazioni losche e senza ideale, ondeggianti, incerti, pronti a tutto e presenti dappertutto, dalle anticamere dei ministeri a quelle del Vaticano, ai balli dell'aristocrazia conciliante e ai veglioni del Quirino, alle conferenze della Societ geografica e a quelle del padre Curci, ai concerti cosmopoliti della Sala Dante e alle accademie clericali di musica squisita nel palazzetto Doria-Pamphily, alle serate di gala capitoline e ai vesperi inzuccherati del bosco Parrasio, alle alcove stipendiate e ai camerini di palcoscenico. In questa nebulosa, nel cui seno matura o una nuova cosmogonia romana o un cataclisma, oppure l'uno e l'altro insieme, sono in formazione asteroidi, bolidi, meteore, satelliti d'ogni maniera: avventurieri d'ingegno e imbecilli sfrontati, ex birri e nuovi arnesi di polizia, mezzani, scrocconi, parassiti, frequentatori di bische, di birrerie, di tutti i letamai profumati; ladri, se cpita l'opportunit, mantenuti quando ci riescono, scialacquatori dell'altrui, caricature di signori, di uomini politici, di uomini d'ordine, di rivoluzionari; spadaccini sbagliati, giornalisti senza giornali, spauracchi dei camerieri di caff, sensali di usurai, tirapiedi di strozzini.
I tirapiedi di strozzini sono numerosi a Roma Gialla, sono quasi una corporazione. Si aiutano a vicenda, lavorano in comune, si moltiplicano sui passi dei galletti dell'aristocrazia o della borghesia grassa, e si dividono fraternamente le mance intascate. Vestono a modo, frequentano i circoli pi rovinosi, cenano tutte le sere con quelle donnette che sono le spugne del cattivo sciampagna e coi loro adoratori che sono il bersaglio dei tiratori di stoccate. Ma la loro destrezza in questa scherma li rende terribili nell'attacco, invulnerabili nella difesa. Perci non hanno eguali nella parata del.... conto. Al momento in cui il cameriere mette sulla tavola quell'odioso pezzo di carta, essi hanno sempre da raccontare qualche cosa che assorbe tutte le loro facolt intellettuali, sono distratti e lasciano che gli altri paghino. Se non hanno nulla da raccontare, non hanno nemmeno moneta spicciola in tasca, ed  lo stesso. Del resto servizievoli, allegri, compagni di tutti i compagni, cronisti insuperabili, capaci di rivelarvi miracoli, vita e morte di tutti gli abitanti di Roma.
Da uno di essi ho sentito raccontare la biografia di Lalla, di cui mi piace di offrire ai lettori un episodio. Lalla  cittadina emerita e benemerita di Roma Gialla.
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C'era una volta a Roma una femmina molto bella e formosa, che certo non aveva trent'anni, forse perch ne era lontana al di l, bench ella giurasse che ne era invece lontana al di qua.
Ora quasi tutti i rampolli pi verdi della doviziosa mercatura di campagna cascavano innamorati di lei, e perci si diceva che Lalla era il morbillo, il mal di geloni della giovent: i ragazzi ricchi dovevano passarla ad ogni modo. E guai a quei ragazzi delle pi opulente e rustiche progenie di Roma, che avessero fuggito l'amore e non fossero stati alla scuola normale di Lalla! Era una maniera di preservativo, era un innesto di pus molto vaccino, che agguerriva e fortificava i bellimbusti di primo pelo contro il vaiuolo nero delle occhiate, delle carezze, delle lusinghe perniciose, che li aspettavano al varco dell'et maggiore.
Citano l'esempio di Nino Pollastri, il quale, merc Lalla, non si fece infinocchiare da Rosana, velenosa bellezza, di cui per tanti anni si vantarono le quinte e s'inebriarono le poltrone e i poltroni d'un teatro d'operette. Per virt dello specifico Lalla, Nino Pollastri arriv tra le braccia di Rosana corroborato contro il morbo letale delle lacrime dolci, dei sorrisi amari, dei baci che bruciano e delle smorfiette che agghiacciano. E cos, invece di lasciare tra le mani bianche della pelatrice le piume pi preziose delle sue ali dorate, Nino Pollastri ne usc col sagrificio delle ultime penne della coda, che gli aveva fatto spuntare l'educazione clericale del collegio di Mondragone, e che Lalla non era riuscita a strappar tutta. Senza l'esperimento di Lalla il contino Barbati avrebbe forse sposata Irene, quell'idra graziosa, a cui, siccome a quella di Lerna dopo le pugne si rinnovavano le sette teste, ricresceva dopo ogni notte venduta o concessa una nuova verginit.
N era ancora venuto l'Ercole trionfatore che imped poi ai capi di quella cintura verginale di ricongiungersi periodicamente come se non fosse stata mai discinta. In quel tempo la virt di Irene durava ancora, sempre vinta e sempre invitta, a riprodursi come i polpi, per scissione. Ma Lalla aveva gi insegnato al contino tutte le menzogne della passione e del pudore: egli aveva gi bevuto il filtro che consiglia le vilt sentimentali: sapeva che cosa significa il verbo amare in certi dizionari, e Irene, perduta la speranza di essere sedotta, dov acconciarsi a sedurre, se non voleva perdere tutto il frutto della simpatia che le dimostrava il piccolo Barbati. Il contino se ne usc per il rotto, diciamo cos, della cuffia, con due o tre mila lire di spese.
Ci vorrebbe un libro per dire di tutte le corbellerie risparmiate ai giovani mercanti di campagna dagli ammaestramenti di vita pratica, che Lalla impartiva con tanto garbo e si faceva pagare tanto caramente, aiutando nel tempo stesso la fortuna e l'industria del suo amante preferito.
Il vero amante di Lalla era un uomo alto, panciuto, con due lunghe gambe a cavaturaccioli, gi inoltrato nella quarantina e inasprito dalle lunghe privazioni mal sofferte insino ai trent'anni. Lalla l'aveva trovato povero, non morente ma vivente di fame, fuggito da tutti, scacciato dalla casa e dalla cassa di un principe romano, che gli aveva condonato un processo e la galera, pi per fiacchezza d'animo e per schifo di fastidi, che per generosit. Lalla femina volgare trov il suo maschio nel farabutto straccione, e lo am furiosamente dell'amore cieco, animalesco, che anima, invade gli avanzi putridi, le rovine precoci della bellezza infradiciata nelle orge e nei vizi. Perci quest'uomo avvilito comprese la donna abbrutita, e si lasci adorare senza vietarle, n favorire apertamente i convegni di lei: egli seppe rappresentare la parte del babbeo che paga. Gli astuti e maliziosi giovinetti, ammessi al bacio di Lalla, ridevano di quel burbero e torvo signore, che essi facevano arrabbiare nel salotto di lei e di lui. Uno scioccone.
Se era geloso, perch lasciava che i suoi amici invitassero a casa di Lalla tutti i giovanotti del generone e dell'aristocrazia pi alla mano? E anche gli amici dell'amante di Lalla ridevano con quei bravi ragazzi della musoneria del poveruomo.
Lalla intanto faceva strage nei cuoricini tenerelli coperti di corazze inamidate di tela bianca, ma poco salde contro il fuoco micidiale degli occhi neri della femina formosa. Era una cuccagna! Lalla si lasciava amare gratis: ella non voleva altro che amore in cambio di amore. Quel lungo e corpacciuto signore poteva aversene a male quanto voleva, ma in fondo le spese di guerra doveva pagarle lui: i giovinotti non potevano mai saziarsi di riderne, ognuno col proprio confidente, quello che l'aveva presentato in casa di Lalla. Intanto una mattina, una sera, a uno di quei convegni che la melensaggine del baccellone permetteva a Lalla, Lalla si mostrava pensosa, afflitta, con gli occhi rossi, la fronte annebbiata. Il povero zerbinotto chiedeva, domandava, insisteva, si disperava davanti a quel silenzio misterioso. La donna innamorata si faceva pregare, supplicare, scongiurare, e taceva ostinata. Allora Alfredo s'ingalluzziva, s'infervorava, s'imbestialiva, diventava geloso, accusava Lalla. Allora Lalla, vinta da quell'insistenza, atterrita da quei sospetti, addolorata, confusa da quelle parole vibranti dell'affettuosa villania degli innamorati, chinava la testa, si piegava e confessava tra le lacrime: lui diventava ogni giorno pi avaro, le aveva fatta una scena per trecento lire, l'altra sera: intanto il conto dei fratelli Pontecorvo le era stato presentato quel giorno medesimo: ella non sapeva pi dove dar di capo: cinque mila lire di vesti! - quell'orco non l'avrebbe mai pagato, ne era sicura: per piangeva.
- Pure, tu lo sai, Alfredo, se io avessi voluto, il marchesino Alberello mi avrebbe coperta d'oro, e io l'ho mandato a spasso.
Alfredo impallidiva, arrossiva, e mormorava che in fondo in fondo ella aveva sempre avuto un po' di passione per quel brutto gobbo dell'Alberello; Lalla lo rimbeccava, ricordandogli che se ella non aveva accettate le offerte del marchese lo aveva fatto per lui, per lui Alfredo, e non per l'altro di cui non le importava un corno. Per si pentiva delle sue parole, lo pregava di dimenticarle, tanto pi che lui, povero amico, all'et sua non poteva far niente per lei. Alfredo, umiliato dal tono misericordioso della cortigiana, slanciava spensieratamente una promessa: che diamine! cinquemila lire non erano un milione, le avrebbe trovate, il sarto sarebbe stato pagato.
Lalla ricusava ancora, mollemente, facendogli osservare che un minorenne, fosse anche figliuolo di don Alessandro Torlonia, non trova cinquemila lire facilmente: pure, ci si provasse; ella, bench glie ne piangesse il cuore, era in un momento di disperazione; sapeva di far male accettando, e gliene chiedeva perdono, ma accettava.
Ecco Alfredo a correre dal suo amico intimo, dal confidente che lo aveva condotto in casa di Lalla, e a raccomandarglisi. Ahim! anche il buon confidente si trovava al verde, non poteva far nulla, si contentava di mostrare al giovane amico tutte le difficolt che impediscono al minore di farsi strozzar da un usuraio, lo sconsigliava dolcemente. Ma il polledro s'inalberava. Come! per cinque mila lire, una miseria, tutte queste difficolt? ma che mondo era questo? E, dopo la corda aspra, Alfredo tentava la corda tenera. Dio mio, egli aveva promesso, si era anzi compromesso con una donna, con una donna che non gli aveva mai domandato nulla! Come aver il coraggio di tornar da lei a mani vuote?
L'amico confidente si commoveva: alla fine era meglio lasciarsi strozzare, che soffrire i tormenti che soffriva Alfredo. Giacch la pigliava su quel tono drammatico...
- Ci sarebbe, indovina un po', un tristo usuraio veramente, un boia addirittura in queste faccende. Oh, ma sarebbe proprio da ridere! - E il confidente rideva. Poi, vedendo che Alfredo si turbava per quella grossa risata, gli spiegava tutto: l'usuraio a cui bisognava far capo era proprio lui, il lui di Lalla!
La tragedia si cambiava in farsa: Alfredo abbracciava il suo salvatore, pagava il vermouth, offriva un londres, prometteva una cena, pregava il buon mezzano di accettare lo spillo d'oro che egli portava alla cravatta. In due ore tutto era combinato: le cinque mila lire erano pronte, subito: non ci voleva altro che firmare una cambiale a tre mesi per seimila: l'usuraio aspettava i due giovanotti a casa sua.
A casa sua egli  pi cortese che in casa della sua amante. Offre da sedere ai due giovani e dice ad Alfredo:
- Ecco qua il suo denaro; preferisce di riempir lei la cambiale?
E Alfredo, facendosi rosso per essere costretto a una confessione tanto ridicola, mormora confuso:
- No... no... tanto io non saprei...
Lo strozzino riempie la cambiale, borbottando tra s:
- A tre mesi, a tre mesi... - E consulta un calendario, prima di segnar la data sul foglietto; quindi, porgendolo ad Alfredo, gli dice con un sorrisetto sardonico:
- Adesso non resta altro che la firma!
- Subito, - esclama Alfredo, che non ne pu pi, e afferrando coraggiosamente la penna.... fa per scrivere il suo nome.
- Un momento. Io ho tutta la stima e la venerazione per la sua firma, ma ho una stima e una venerazione maggiore, e non se ne pu avere a male, per la firma del suo signor padre...
- Ma... mio padre...
- Non  qui: non importa. Lei deve essere il suo erede universale:  quindi il suo vero rappresentante. Non si tratta d'altro che cambiare un nome in un altro; il cognome resta invariato: sopprima Alfredo e sostituisca Giambattista.
Il giovane si sgomenta del falso, recalcitra, protesta: lo strozzino col suo ghigno sprezzante ritira il foglietto, senza aprir bocca. E intanto Lalla aspetta a casa!.. Alfredo firma col nome di suo padre.
Ma nel rendere la cambiale, egli d un'occhiata per curiosit alla data, e grida, pallido d'ira e di spavento:
- Ma questa cambiale  a otto giorni!
- Nossignore - risponde lo strozzino - la cambiale  a tre mesi: solo che noi supponiamo trascorsi due mesi e tre settimane circa dal giorno di questo effetto... Lei dice benissimo mancano otto giorni alla scadenza.
L'usuraio ha consegnato cinque mila lire ad Alfredo, facendogli osservare che egli non ha mai dato ai suoi clienti n coccodrilli impagliati, n ventagli giapponesi, n chilogrammi d'indaco avariato, n sacchi di caff, n pipe turche, n sigari di contrabbando, n sillabari per le scuole, n scatole di grasso lucido per le scarpe. Egli ha sempre sborsato la somma convenuta, in biglietti di banca, lealmente, onestamente!
- Grazie - risponde Alfredo pi morto che vivo, pensando con terrore che fra otto giorni il severo genitore sapr tutto...
Lalla lo riceve a braccia aperte, fingendo d'ignorare che egli ha gi firmato la cambiale, pregandolo graziosamente di non affliggersi per quell'inezia.
- Ma  gi fatto tutto! - risponde Alfredo consegnandole i quattrini.
Lalla gli addormenta nel cervello con le sue carezze il pensiero della fatale e imminente scadenza.
Il giorno dopo, parve ad Alfredo che Lalla fosse di cattivo umore: il terzo giorno ella era certo ammalata di nervi: il quarto, Alfredo si accorse che il marchese Alberello e Lalla si guardavano con tenerezza....
Il quinto giorno, Alfredo, che pensava alla tempesta che si accumulava sul suo capo, si consigli col confidente:
- Ma se mio padre non volesse pagare?
- Oh rassicrati, tuo padre non vorr mandarti alla corte di assise!
Il sesto giorno, quando Alfredo si present alla porta di Lalla, la cameriera gli disse:
- La signora  uscita.
Nel settimo giorno, la signora, come il Signore sul principio dei tempi, si ripos sul petto del marchese Alberello.
Era il giorno della scadenza!
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Gli orecchini di Stefania, prima parte di questa Roma Gialla, furono pubblicati nel Capitan Fracassa col titolo, con la forma e tutti i difetti di un romanzo d'appendice. Gli orecchini di Stefania si chiamavano allora pomposamente: Un dramma all'Alhambra, ed erano rabescati di tutti i grotteschi del romanzo di avventure poliziesche e giudiziarie. C'era un certo Lopez, per esempio, giocolatore forzato, amante di una cocotte, venduto anima e corpo a una specie di setta clericale, capace di tutto, sino di farsi ammazzare come un minchione, quando l'opera sua diventava inutile alla setta e allo svolgimento del racconto. C'era un agente di polizia rocambolesca, decorato del nome di Moschettoni, figlio di un avventuriere, che si trovava a un pelo di metter le manette al suo sconosciuto genitore. L'agnizione sopraggiungeva secondo le migliori regole classiche e romantiche a impedire l'esecuzione della legge che rassomigliava troppo alla consumazione di un delitto naturale. Il buon Moschettoni non aveva, bench bastardo, nelle sue vene neppure una goccia del sangue civico di nessuno dei due Bruti.
C'era infine tutto quel lusso di fronzoli che poteva servire di cornice barocca e vistosa per il quadro, anzi per la fotografia della parte di vita romana, rappresentata nel dramma all'Alhambra. Questi fronzoli, questi fregi rococ sono scomparsi negli orecchini di Stefania. Cos potessi dire altrettanto degli altri difetti!
Tuttavia il fondo e le figure del racconto sono studiate coscenziosamente, e scrupolosamente ritratte dagli originali. L'azione ha troppo la fisonomia e il movimento di un romanzo inventato di pianta: perci io non voglio scalmanarmi a difenderne l'autenticit. Chi mi crederebbe se io mi mettessi a gridare ai quattro venti:  un fatto vero, verissimo, successo, accaduto? Del resto l'episodio meno credibile - quello appunto degli orecchini preziosi, affidati in un veglione a un giovanotto elegante, -  proprio avvenuto, non sono molti anni, al Politeama, di carnevale. Cos il matrimonio di una ricca erede dell'aristocrazia, osteggiato, combattuto, in tutti i modi, con tutte le armi, calunnie diffamazioni, denunzie, agguati, da un rivale infelice,  storia verissima, che i curiosi della cronaca principesca conoscono perfettamente.
Gli orecchini di Stefania sono istoriati di tutti gli intrighi, le trame, gli avviluppamenti pi ingarbugliati della sottigliezza gesuitica, della astuzia clericale, aiutata dalla ricchezza e dalla potenza patrizia. Se gli Svizzeri del Vaticano volessero fare gli scrittori di memorie come si sono provati a fare i giornalisti e i libellisti, se i servitori delle grandi famiglie volessero rivelare i segreti, da loro sorpresi origliando, o a loro confidati dalla debolezza dei padroni, si potrebbe fare una strana rassegna di tutti gli stranieri apocrifi, che vivono tra noi protetti dalla complicit pontificia. Allora il dottor Kaiser non sembrerebbe pi un personaggio fantastico, scappato dall'Ebreo Errante del Sue: allora si spiegherebbe il mistero di certe esistenze tenebrose di scienziati senza scienza, di artisti senz'arte, di letterati analfabeti, di avvocati senza cause, che sfoggiano e si dileguano all'improvviso, che appariscono e spariscono, per ragioni che nessuno riesce a intendere. Le anticamere governano ancora a Roma Gialla: e nelle anticamere sono pi di tutti onnipotenti questi personaggi equivoci, di cui non sempre si conosce la vera condizione. La corte pontificia, condannatasi allo splendido esilio del Vaticano, non rinuncia per al regno, almeno morale, di Roma, e in Roma Gialla, tra i facinorosi e i sollecitatori di anticamera, trova i migliori strumenti di governo. Di questi, alcuni, come il dottor Kaiser, restano nella societ clericale, altri varcano i confini del non possumus, si mescolano con gli altri facinorosi della politica e della societ buzzurra. Alcuni anni fa, in una villa splendida fuori Porta Pia, gli agenti del Vaticano trovavano ospitalit regale, favori e potenza. Potrebbe giurare il prefetto di Palazzo di non averne mai visto alcuno per le scale del Quirinale?
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All'Ultima notte, che  la seconda parte di Roma Gialla, poche modificazioni sono state necessarie. Anche l'Ultima notte fu pubblicata in prima nell'appendice del Capitan Fracassa, e grazie alla diffusione e al favore conquistato dal giornale, fu letto e giudicato con pi indulgenza che l'autore non sperasse. Ma il racconto, svolgendosi pi nella vita intima della borghesia di Roma Gialla, che nel fasto esteriore della vita patrizia, consentiva meno capricci romanzeschi nell'intreccio. L'Ultima notte  un dramma raccolto, chiuso, che si rannoda alle vicende di Roma Gialla per alcuni personaggi che portano nell'ambiente queto e triste di una famiglia, fatto dal caso, la furia devastatrice delle passioni aride e caustiche che agitano gli avventurieri. L'Ultima notte narra l'infedelt di una moglie che non ama l'amante, ma che  spinta all'adulterio dalla brutalit di un marito rabbiosamente innamorato di lei.  la vita dolorosa di una donna che cerca invano, dopo la prima giovent profanata dalle lascivie dei ricchi, la pace, la quiete nel tetto coniugale, e che un odioso destino trascina alla colpa senza amore. La prima giovinezza di Ada  narrata negli Orecchini di Stefania: i primi anni del suo matrimonio sono anatomizzati nell'Ultima notte: l'estrema sua giovent, passata nell'abbiezione ipocrita e dignitosa di una vita falsamente borghese, la racconter il terzo volume ancora inedito di questa serie: Il Duca di Fonteschiavi.
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Di tutti e tre i volumi, l'ultimo scender pi profondamente nel segreto della vita gialla di Roma. La camera ammobiliata, istituzione romanesca, che  come una stazione centrale di tutte le vie tortuose ed equivoche della citt anseatica dell'intrigo, sar il fondo grigio tappezzato di carta a fiorami volgari, su cui si staccheranno gli amori di un vecchio signore rovinato per la decima e ultima volta con la donna che gli si d perch egli la sa caduta e che cade sempre pi nell'abbiezione, ostinandosi, con le lustre della buona condotta, a ottenere la stima e il rispetto dovuto alle donne oneste.
Il marito sornione, che sa e non sa, che vorrebbe aprir gli occhi e li chiude, che vive nell'agiatezza senza far mai i conti esatti dell'entrata e della spesa, che ama la moglie bench sospetti di vivere un po' alle sue spalle, che trema al pensiero di esserne abbandonato, sia perch non potrebbe, sia perch non saprebbe vivere senza di lei, che  costretto a stringere la mano all'uomo che gli ruba l'amore di quella donna, e che  divorato segretamente dal cruccio della sua condizione vergognosa e ridicola,  copiato da un modello tristamente comico, il quale, dopo aver fatto ridere tutti i suoi amici, fece fremere tutti gli assidui del Messaggero, con l'orribile catastrofe, che chiuse inaspettatamente la farsa atellana del suo matrimonio.
Nel Duca di Fonteschiavi i mestatori, gli arruffoni, i falsi ricchi, i venuti non si sa donde, che finiscono non si sa dove, riempiono gl'interstizi dell'azione, come fanno delle seggiole dei caff e dei ridotti di Roma, in cui oziano penosamente, affaccendati accidiosamente a intralciare l'operosit vera e febbrile degli ambiziosi pi forti e pi fortunati. Il confidente delle ballerine, l'ex-ladruncolo trasfigurato in segretario generale di tutte le imprese torbide, il fautore delle feste pubbliche in onore di questo e di quello, del re o di Garibaldi, di Carnevale o della passione di nostro signor Ges Cristo, l'allievo delle scuole cattoliche che sbraita, per conto della questura e dei suoi padri maestri, nei circoli anticlericali - tutte le maschere, come diceva quella maschera tribunizia della buon'anima di Coccapieller, vengono in iscena e pigliano parte alla quadriglia generale. E fra tutte le maschere del popoloso veglione ci sar anche quella di Alcibiade, non di Alcibiade soldato, uomo di spirito, ambizioso, corteggiatore di donne, ma di Alcibiade corteggiato a posteriori dai filosofi cinici che campano pi di scrocchi che di sillogismi.
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A una domanda che indovino, risponder cos: - Questi tre volumi non meritano n gli onori n il titolo di romanzi. Il romanzo  opera di arte: Roma Gialla  il taccuino di un cronista in ritiro. Le note sono vere, gli appunti furono spesso presi sulla scena dei fatti narrati; il nesso fra i vari ritratti, le varie vicende,  qualche volta cercato artificiosamente, quando naturalmente mancava. Uno scrittore con tanta ricchezza di materia avrebbe forse messo insieme un capolavoro: un cronista ha messo insieme i suoi ricordi. Si pubblicano i ricordi dei maestri di scuola, dei fiaccherai, degli uscieri di pretura. Auguro al sor Angiolino Sommaruga di trovar lettori e compratori anche pei ricordi di un cronista.
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Giustino.
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GLI ORECCHINI DI STEFANIA.
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Capitolo 1.
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La luce fioca, tremula, azzurriccia della lampada d'oro e di vetro di Murano, sospesa alla vlta, non giungeva oltre le punte luccicanti del fogliame esotico che correva su per il cielo e le piccole pareti della stanza pentagona, a forma di mitra. Quel fogliame pareva il capriccio ornamentale di un artista, che, invece di dipingere rabeschi vegetali, li avesse ritagliati con le forbici e si fosse divertito a disporli qua e l in cespugli a rilievi.
Il resto era come perduto nell'ombra, salvo in un punto solo, dove s'intravvedeva, in un pallido riflesso, lo sforzo di uno specchio per richiamare un po' di luce sulla sua spra.
Tratto tratto, saliva dall'ombra alla luce un suono ora argentino, ora sguaiato di acqua smossa: piccole onde di un mare microscopico, agitato da una tempesta infinitesimale.
C'era nell'aria un profumo acutissimo, odore minerale, qualche cosa d'ingrato, che inebriava deliziosamente e faceva male.
S'ud il suono soffocato di una pendola lontana, e l'acqua si agit laggi nel buio un po' pi forte: qualcuno mandava di l un profondo sospiro: poi - nulla.
Ma, quando, dopo qualche minuto, la pendola ripet le sue ore, una portiera fu sollevata, fra i due angoli che chiudevano la base della mitra, e una freccia di luce bianca guizz rapidamente sui disegni gialli e rossi della stuoia, che copriva il pavimento.
Una voce di donna mormor rispettosamente:
- Signora marchesa, il dottore....
La marchesa salt fuori con uno scatto cos repentino, che l'acqua schizz fuori e ondeggiava ancora nella vasca, mentre la cameriera rialzava la luce della lampada, fugando cos tutta la fantasmagoria della penombra e scoprendo una deliziosa stanzettina, in cui gli arbusti e le piante facevano da tappezzeria, e una conca antica, di porfido meraviglioso, da bagno.
Una regina non avrebbe potuto desiderare di pi; la marchesa se ne contentava.
Ritta sull'orlo della conca, umida di milioni di gocciole che la vestivano tutta di peplo trasparente, e scintillante al lume che veniva dall'alto, ella aveva preso dalle mani della cameriera un gran lenzuolo bianco e s'indugiava, per voluttuosa indolenza, ad asciugarsi le dita diafane, rosee, affilate, prima di vestire la sua splendida nudit: e il lenzuolo, sfuggendole gi dalle mani, veniva a lambirle quasi impaziente le ginocchia bianche e levigate.
Era la luce che dava quei toni azzurricci alla sua pelle? Era il bagno che dava ai suoi occhi neri sfinestrati quel languore umido e molle? Era pensosa e sfibrata dal torpore dell'acqua? Era stata colta dalla vertigine che dava quel profumo?
Fu picchiato alla porticina da cui era entrata la cameriera.
- Stefania!
Ella rest un momento perplessa: si ravvilupp, con una certa noncuranza, nel lenzuolo, and a sedersi sopra una lunga poltrona americana, e disse alla cameriera:
- Lucy, fate entrare il dottore...
La cameriera se ne and: quella buona e onesta ragazza inglese non si meravigliava mai di nulla.
Il dottore era un biondo sperticato, calvo sulla fronte che finiva ad angolo acuto, con una corta zazzera gialla ricadente sul bavero dell'abito chiuso che disegnava con eleganza anatomica uno scheletro lungo, sottile e rotondo: il corpo anulare e flessibile di un serpe.
I suoi occhi grigi si fermarono freddi e tranquilli sulla marchesa: il lenzuolo, ravvolto senza affettazione e senza ipocrisia, svelava tutti gli eleganti misteri delle forme fiorenti. Qua e l, in quel deserto capriccioso e sinuoso di tela bianca, trasparivano oasi deliziose di carne morbida e di pelle rorida: un piedino penzolava roseo nel vuoto: l'altro, seduta come ella era, in modo che la caviglia della gamba destra fosse incastrata nella cavit interna del ginocchio sinistro, si affacciava curiosamente all'orlo della sedia, fra due gruppi di pieghe.
I suoi sguardi s'incontravano, superbi della loro sovrana impudicizia, con quelli ironici dell'impassibile dottore: il seno colmo e raccolto si alzava e abbassava secondando, in tempi eguali, il movimento d'una respirazione tranquilla e regolare.
- Stefania - disse il dottore, mettendosi a sedere irrigidito sopra una piccola poltrona - sono in punto le dieci e io supponevo che oggi voi avreste veduta, per la prima volta, l'alba coi vostri occhi neri.
- Infatti - mormor la marchesa - sono le dieci e io gi sono in piedi. Ho avuto una pessima notte; giusto all'alba ho chiuso un po' gli occhi al sonno...
- Eh.... avete anche presa la vostra risoluzione.
- Ha portato, lei, lo scrignetto, dottore?
Il dottore trasse di tasca una scatola bislunga ad angoli tondi, di velluto rosso. Sulla scatola, si vedevano le due iniziali S. N. e una corona di marchese, incise, in oro.
Prima di aprire la scatola, Stefania tocc con l'unghia aguzza del mignolo la corona e disse sorridendo al dottore:
-  la prima volta, che lei riconosce il mio titolo di marchesa.
- Il vostro titolo, Stefania,  in ottime condizioni, adesso: se siete saggia, se vi mostrate prudente e ubbidiente, potrebbe forse.... chi sa?
Il dottore tacque lasciando sulle sue labbra un sorriso, come chi prepari una sorpresa e voglia farla indovinare. Il dottore aveva una curiosa maniera di parlare: la voce era brusca, la frase aspra e secca, ma il gesto ammorbidiva la voce, arrotondava la frase. Ne veniva fuori un contrasto bizzarro, che lo staccava dal fondo uniforme, educato, corretto, della societ nella quale egli viveva. La ruvidezza muschiata, la duttile rigidezza del suo contegno facevano pensare involontariamente a una tigre addomesticata, che si studi di parere un grosso gatto e null'altro. Si poteva anche mostrar di ridere del dottore, ma tutti ne avevano un po' di paura. La marchesa Stefania pi di tutti.
Ella aveva aperto lo scrigno e guardava con grande ammirazione un paio di orecchini, d'una eleganza quasi selvaggia, che invano si cercherebbero nelle pi ricche vetrine del Corso o ai lobuli rossi d'una signora della borghesia. Erano due cerchi sottilissimi di legno indiano, intarsiato sottilmente, miniati d'oro, sui quali, come due lagrime della fata della ricchezza, erano caduti due diamanti quasi grezzi, sfaccettati appena. Erano orecchini degni di una principessa o d'una baiadera.
- Benissimo - esclam Stefania - l'imitazione  perfetta, solo vale pi del modello. A proposito, quanto costano?
- Venticinquemila lire.
- I miei costavano mille appena. Li avete distrutti?
- Era necessario.
- Peccato!
Ci fu un momento di silenzio; poi, Stefania, che fino allora era rimasta raggomitolata, facendo ondeggiare la sua poltrona in un lieve movimento d'altalena, si rilev sulla persona e, spiando l'effetto delle sue parole sul volto del dottore, disse con altera lentezza:
- E se io non volessi?
- Fareste male... per voi. Donna Guendalina Marescaldi ve ne sar grata: fra un mese, ella sar contessa di Santa Laura e voi non sarete marchesa di nulla: fra otto giorni non sarete nemmeno pi Stefania, sarete la figliuola bastarda di monsignor Adalberti e della cameriera di donna Vittoria Marescaldi. E quando non sarete pi marchesa, quando non sarete pi niente, i vostri creditori vi scacceranno da piazza di Spagna, da questo splendido appartamento, che le pi grandi signore romane v'invidiano. Tornerete nelle soffitte ammobiliate, pagherete la pigione con le compiacenze e gli avvilimenti, che la vostra intima amica Nanna ha conosciuti a Vienna.
Stefania fece un gesto d'orrore.
- Solamente, qui a Roma non troverete un gran personaggio disposto a trasfigurare le mime in principesse. E quando, vestita male, appena come una crestaia, vedrete passare la carrozza di Paolo Emilio...
- Ah! - interruppe lei.
- ...di Santa Laura - continu il dottore - egli, occupato a far la sua corte di marito innamorato alla contessa Guendalina, non si accorger di voi, e voi vi nasconderete perch non veda la punta inzaccherata dei vostri stivalini scalcagnati...
- No - grid allora Stefania - no... basta, dottore - e, con gli occhi spalancati e le labbra frementi di rabbia, balz in piedi ansante, convulsa, smarrita.
Il lenzuolo era rimasto sulla poltrona e quel corpo giunonio si scontorceva tutto in un delirio di rabbia: giammai una pi formosa baccante, negli spasimi pi acuti della volutt, si mostr pi seducente: il dottore l'ammirava con l'impertinenza di un negoziante di quadri, davanti alla tela di un artista povero e oscuro.
Ella si mostrava a quell'uomo freddo, sinistro e dignitoso, come forse non aveva mai fatto con un amante, e il dottore la pagava della stessa moneta, restando dottore, anche in quel caso, in cui un altro sarebbe diventato bestia.
- Calmatevi - disse alla fine il dottore - calmatevi; io non posso permettervi n queste espansioni, n questa imprudenza, che vi espone ai raffreddori.
Ella ricadde sulla sedia affranta, e rispose languidamente:
- Far tutto quello che sar... necessario.
Il tedesco prese il cappello e se ne and, mentre la marchesa infilava un accappatoio rosso scuro, stringendolo alla vita con due grandi lacci di seta bianca e oro intrecciati insieme.
- Dio! - mormorava, tirando il cordone del campanello - Dio! non avr mai un'ora di pace.
La porticina della camera, apertasi, aveva inondato di luce bianca e diurna il misterioso recesso, dove, alle undici del mattino, era notte ancora,
- Che vuoi, Lucy?
- Una lettera per la signora marchesa:  stata lasciata ora alla porta.
- Dammela.
La lettera era di sua madre ed era scritta sopra un foglietto che aveva inciso da un lato un M, nel quale veniva fuori un V, e in cima al foglio, al posto della data, le due parole: Palazzo Marescaldi.
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Marianna Novalgi era nata a Roma. Come tutta la vita di questa donna, anche la sua nascita era stata straordinaria. Marta, la cameriera della principessa donna Vittoria Marescaldi, la mise al mondo una notte d'inverno, senza che alcuno della casa l'avesse prima sospettata incinta. Si disse allora, si  ripetuto poi, che un protonotario apostolico, monsignor Adalberti - famigliare del principe Marescaldi, ancora vivente - avesse avuto tutta la colpa o il merito di questa nascita illegittima e plebea, dentro le mura del vecchio palazzo principesco.
Il protonotario apostolico dovette sospendere le sue visite quotidiane al palazzo Marescaldi, ma la principessa si oppose quando il principe volle mettere alla porta la cameriera. Marta rest. La bambina fu mandata a balia in campagna, presso Orvieto, nel paesello nato di sua madre.
Dopo dodici anni, la cameriera, sempre pi favorita dall'austera sua padrona, ottenne una modica pensione per la piccola Marianna, che fu allogata presso la sorella di Marta, grassa e rubiconda ostessa di via Flaminia, fuori porta del Popolo.
La fanciulletta era venuta dalla campagna con la vesticciuola sudicia, con una grande ignoranza della vita e della sua bellezza, ma piena di graziette ingenue e di una inconsciente civetteria. I carrettieri nelle loro dispute, e qualche coppia d'innamorati che la sera venivano a bere una foglietta sotto il pergolato, dettero a Nannina le nozioni pi sode intorno a certi misteri della vita umana, che ella non aveva sino allora neppur sospettato. Dopo due mesi la sua educazione era compiuta. Le femminette di via Flaminia si scandalizzavano quando la piccola orvietana, con una maravigliosa semplicit e con una vocina incantevole, diceva certe cose che i carrettieri, suoi maestri, si permettevano solo dopo essersi ubbriacati come tanti carrettieri. La zia rideva.
Un bel giorno la fanciulla sparve. Si disse che se ne era andata con una compagnia di funamboli, che per lungo tempo aveva divertito le serve e i monelli in una baracca, costruita nel largo che precede villa Borghese.
La madre desolata, con l'aiuto potente della sua padrona, fece fare le indagini pi minuziose alla polizia pontificia, ma non si pot giungere a saper altro che questo: la fanciulla passava tutte le ore del giorno nel casotto dove le era stato accordato libero ingresso; il direttore della compagnia, giunto a Bologna, aveva piantato l la compagnia e se l'era svignata con Nannina: infruttuose tutte le ricerche per scoprire la citt dove i due fuggitivi s'erano nascosti: i connotati del direttore e di Nanna erano stati mandati a tutte le polizie italiane: si sperava poco. Marta si rassegn.
Per sette anni non ebbe alcuna notizia della sua traviata figliuola: al principio dell'ottavo, ricev da Vienna una lettera, in cui Nanna le chiedeva perdono, annunziandole una grande fortuna, che, dopo molte miserie, le era finalmente capitata: non spiegava quale.
La fortuna di Nanna era davvero tale da far perdere la testa a una ragazza. Dopo aver stentato il suo pane, facendo la modella negli studi di pittura, dopo aver creduto di toccare il cielo col dito, nel momento che toccava col piedino il palcoscenico di un piccolo teatro viennese, dove era stata scritturata come prima mima assoluta, ella aveva di un tratto preso il volo ed era andata a fare il suo nido in alto, molto in alto.
Un giornaletto umoristico di Vienna l'aveva chiamata l'amante morganatica del primo duca di Vienna, e si diceva che quell'articolo era stato ispirato dall'amante legittima, una superba e gelosa baronessa ungherese.
Il nido di questa rondine di passaggio era stato imbottito dal primo duca di tanti biglietti di banca, che il nido dai pi era stato scambiato per un letto, anzi per un talamo, dinanzi al quale stimarono prudenza l'inchinarsi.
Nanna, diventata allora Stefania, aveva mutato il suo nome insignificante di Novalgi in quello pi sonoro di Novalger, e non aveva creduto punto superfluo di aggiungervi un titolo di marchesa, che non faceva torto a nessuna commissione araldica. La marchesa Stefania Novalger ebbe a Vienna la sua corte, i suoi adulatori, ebbe fino, per serbare il colorito locale, il suo poeta cesareo. Ma fra tutti quelli che attorniavano Stefania, il pi noto, ammirato, invidiato e sprezzato era il conte Andrea Ponowscki, avventuriere polacco, il quale si disonorava pubblicamente con lei, mostrando di vivere a sue spese, senza che le sue relazioni private con la ex-mima andassero oltre una specie di associazione di affari.
Almeno ella pretendeva che fosse cos, e scriveva in quel tempo cos a un pittore, che era suo amante segreto:
"Credimi, mio caro Hermann, credimi quando io ti giuro che il conte Ponowscki non  stato per me mai altro che il capo della ditta. Egli  ambizioso, non libertino: egli vuol comandare, non godere: accumulare, non spendere le sue ricchezze. Tu mi hai scritto che ci che noi - Andrea Ponowscki e io - facevamo, era infame, che una pi mostruosa fusione d'interessi e di vizi non si  mai vista, che i miei baci ti ubbriacavano, ti davano la vertigine, ti spingevano verso il male.
"No, Hermann adorato, non dir cos. Ci che facciamo - il conte Andrea e io -  forse infame, ma le nostre passioni sono diverse e distinte dai nostri interessi. Io sono felice che i miei baci ti diano la vertigine, che ti inebriino - ma non dirmi che io ti voglia spingere al male.
"Tu sei il solo uomo, Hermann mio, che io non abbia visto ancora avvilirsi, umiliarsi; e io, altera della tua alterezza, superba della tua superbia, non che spingerti alla tua perdita, vorrei, se tu ne avessi bisogno, salvarti a costo di tutte le mie ricchezze, le mie lagrime, il mio sangue, a costo della fame che ho conosciuto, delle miserie che ho sofferto.
"Ma  inutile parlar di me.
"Tu torni a chiedermi che io ti spieghi quale sia il genere di affari che noi facciamo insieme: avrei preferito di non dirtelo: ma dacch tu lo vuoi, ti dir tutto, ti far la mia confessione. Tu mi disprezzerai anche pi, ma sai che io non ho osato mai aspirare alla tua stima: mi basta che abbi per me l'affetto che si ha per un cane il quale morde tutti, ma si fa bastonare e uccidere senza lamentarsi dal suo padrone. Che cosa importa a te, mio Hermann, se io sono malvagia, vile e corrotta?
"Quando Lui mi trasse dalla vita miserabile che facevo sulle tavole del palcoscenico, molti signori di quelli che vanno in landau al Prater invocarono l'onore di essermi presentati. Tra essi fu Andrea Ponowscki, conte polacco, rovinato dai debiti; il quale, senza perdersi in vane cerimonie, sin dalla prima visita, mi espose nettamente e chiaramente che a Vienna esistevano molte ingiustizie da riparare, molti torti da vendicare, molte persone da far felici, che io potevo tutto, e che se io avessi voluto, io potevo contentare tutti, arricchire me, e in conseguenza riparare anche un po' ai suoi dissesti finanziari.
"Cos fu fondata l'Agenzia, che i piccoli giornali di Vienna attaccano quotidianamente. Il conte Andrea va in giro cercando affari, che io raccomando a Lui: e si divide insieme il compenso della mediazione".
Questo Hermann era un grande imbecille. La lettera, che Stefania commise l'imprudenza di scrivergli, ebbe funeste conseguenze per la ditta. Appena ei l'ebbe ricevuta, ne fece, come a dire, una vera edizione orale a tutti i suoi amici, leggendola e rileggendola con una fatua soddisfazione che lo definiva. E quando alcuno gli faceva osservare che egli era geloso del conte e non si occupava di Lui, rispondeva:
- Capirai che dividere una donna col primo duca  altra cosa, che ammettere alla concorrenza anche il conte rovinato.
Il chiasso di questa lettera fu tale, che uno di quei giornaletti di Vienna giunse a poterne pubblicare molte frasi nella cronaca.
Stefania fu scacciata da Vienna e accompagnata sino ai confini: il conte Andrea Ponowscki sparve; ed Hermann mor in conseguenza d'una ferita toccata in un duello, la cui vera ragione era forse nella sua ridicola vanit e nella sua imprudente leggerezza.
Stefania torn a Roma, donde era fuggita con un saltimbanco, due volte milionaria.
Questi due milioni, che in capo a sei mesi erano gi molto decimati per il lusso asiatico della falsa marchesa, la persuasero a smettere le sue antiche abitudini scapigliate e prendere un contegno di gran signora. Nanna era compiutamente dimenticata e Marta si guard bene di fare pubblica mostra della sua maternit.
Il conte di Santa Laura la vide, se ne innamor, giunse in un momento d'ebbrezza a prometterle di sposarla: ma, quando, dopo qualche tempo, egli vide donna Guendalina Marescaldi,... quando la giovent sana, la gentilezza verginale della patrizia gli si furono contrapposte davanti con la splendida e artificiosa bellezza della cortigiana, egli stette lungamente perplesso: poi sent a un tratto un invincibile disgusto di Stefania e un desiderio forte di quella fanciulla immacolata e innamorata di lui. Cos fu che il conte di Santa Laura abbandon la falsa marchesa.
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Capitolo 2.
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Era quasi mezzogiorno, quando il conte apr gli occhi e si ricord che la sera avanti aveva promesso al duca ventimila lire. Questo ricordo lo fece risolvere a lasciare il letto e dare una strappatina al campanello. Un cameriere, vestito con sobria eleganza, come un addetto di legazione, entr immediatamente, schiuse a mezzo le imposte e aiut il conte a vestirsi di un abito succinto, a foggia di giubbetto da scherma, di velluto nero. Vestito appena, il conte pass nella stanza attigua, un gabinettino creato da lui con paraventi giapponesi popolati di gru bianche, volanti nella notte del fondo.
Senza sedersi, egli prese un foglietto e scrisse rapidamente:
"Mio caro signor Isacco,
"Prima delle sette di questa sera ho bisogno assoluto di ventimila lire. Sono impegnato. Il ritardo di un giorno porterebbe dei danni incalcolabili. Regoli gli interessi, secondo il solito. Anche pi, se crede, purch mandi la somma in tempo.
" necessario.
"La riverisco.
"P. E. MARCOMPI DI SANTA LAURA."
Mentre il conte porgeva questa lettera al cameriere, il cameriere, in un antico piatto di argento cesellato, porgeva al conte un'altra lettera arrivata allora.
La lettera copriva con la sua carta irriverentemente moderna il vecchio stemma dei Marcompi.
La lettera era del signor Bounderby, costruttore di carrozze a Londra, che con tre righe ossequiose, ma rigidamente commerciali, gli ricordava un vecchio conto di ottomila lire, pel quale il signor Middleton, suo rappresentante a Roma, aveva sempre una ricevuta a sua disposizione.
Il conte si strinse nelle spalle. Per non pensarci, egli usc dal gabinetto, e chiese che gli servissero la colazione.
Indugi molto a far colazione, quantunque, per una abitudine veramente principesca e anticamente italiana, conservata tradizionalmente nella famiglia Marcompi, egli fosse molto frugale.
A conti fatti la sua colazione non sarebbe costata due lire al caff di Roma, ma era servita in piatti di argento e d'oro di cui ognuno valeva una piccola fortuna.
Paolo Emilio stette tanto a segnare con la forchetta rabeschi immaginari sui rabeschi veri dei piatti, che la risposta attesa, di Isacco Segretario, arriv finalmente.
La risposta diceva:
"Eccellentissimo signor conte,
"Sono sinceramente addolorato di non poterla servire. In questo momento appunto la mia cassa  rimasta assolutamente vuota, per soddisfare impegni antecedenti alla lettera che V. E. si  degnata di scrivermi.
"Chiedo a V. E. umilmente perdono se per una prima volta, che sar l'ultima, non posso corrispondere degnamente all'onore che mi fa di servirsi dei miei poveri e limitatissimi mezzi finanziari.
"Di V. E. ecc.
"Servo umile e devoto
"ISACCO SEGRETARIO."
- Furfante! - grid Paolo Emilio.
- Non lo dirai a me, spero - rispose, dall'anticamera, la voce allegra e chiassosa del duca.
Il duca don Mario di Fonteschiavi era il Niso di quell'Eurialo a tutta prova che si chiamava il conte di Santa Laura. Non dir che Paolo Emilio si sarebbe gettato nel fuoco per don Mario, ma, fuori di questo, egli aveva fatto ed era pronto a fare tutto pel duca. Sempre insieme fin dall'infanzia, erano considerati da tutti come due gemelli di elezione: non si parlava del duca di Fonteschiavi senza accennare al conte di Santa Laura, e viceversa. Clericali tutti e due per la pelle, in questo differivano soltanto, che don Mario approvava tutti i mezzi pur di trionfare dei liberali, pur di affrettare l'ora, secondo lui inevitabile, della ristaurazione; Paolo Emilio, invece, non avrebbe voluto fare per la causa del Vaticano nulla pi di quello che un gentiluomo pu fare o confessare di aver fatto per s. Il conte non credeva alla ristaurazione: forse, in fondo in fondo, non la stimava nemmeno necessaria.
Questa sua tepidezza non era ignorata.
In certi vecchi palazzi neri, sontuosi, che hanno una piazza circondata da portici per cortile, Santa Laura era stato soprannominato il giacobino. E lo stesso eccellentissimo principe della Rocaria, don Ferdinando Marcompi, padre di Paolo Emilio, partecipava con dolore questa opinione sul conto di suo figlio. Spesso spesso ripeteva:
- Me l'hanno guasto i viaggi.
Il principe arrivava sino a sospettare di velleit parlamentari il suo Paolo, e sperava solo in un salutare ritorno ai buoni principii, prima che avesse compiti i trenta anni. L'idea di un onorevole Marcompi lo faceva inorridire. L'onorevole Marcompi! Ma preceduto da quel titolo plebeo il nome della sua grande famiglia non era pi l'istesso; diventava il nome di un mercante di campagna, di un gazzettiere fortunato, di un demagogo arruffapopoli! Anche alla casa Marcompi sarebbe capitata la sventura che ha colpito tante altre case illustri romane, i cui ultimi rampolli hanno rinnegate le grandi tradizioni!
Il principe della Rocaria sospirava, e per fare comprendere i vantaggi di una grande posizione al suo traviato figliuolo, allentava con un altro sospro, perch egli era avaro, i cordoni della sua borsa.
Inutile: il conte non si convertiva e aumentava ogni mese di alcune decine di migliaia di lire l'enorme debito che aveva con Isacco Segretario.
Paolo Emilio mostr a don Mario gli sgorbi di Isacco.
- Non dubitare, non dubitare - andava dicendo Santa Laura, mentre Fonteschiavi leggeva la lettera del banchiere - gliela far pagare a questo giudeo...
- Io temo - rispose ridendo il duca - che sar lui piuttosto quegli che far pagare... un mezzo milioncino a te.
- A me?
- Oppure al principe della Rocaria, che  l'intesso.
E il duca rideva d'un riso che, a sentirlo, faceva venir la voglia d'imitarlo. Era cos simpatico a prima vista, questo clericalone pieno di vizi, di debiti e di spirito; era cos elegante, quest'uomo, che a trentadue anni aveva distrutto due fortune colossali - che donne e uomini, buzzurri e caccialepri, tutti andavano matti per lui, ripetevano i suoi motti, parlavano dei suoi cavalli e delle sue carrozze. Dove diavolo prendeva il denaro quel duca rovinato, il quale non possedeva pi niente altro che un antico palazzo ipotecato per pi del suo valore?
Era questo il mistero di quella sua clamorosa esistenza di scandali e di stravaganze, freddamente calcolate; nessuno ne sapeva nulla. Non si erano inventate nemmeno delle calunnie per spiegarla.
Egli rideva sempre, si divertiva sempre, rubava le ganze ai banchieri buzzurri, andava ogni anno a Monaco, ad Aix-les-Bains, a Parigi, a Vienna: continuava insomma da dieci anni a spendere, come se il suo ducato fosse ancora una cosa reale e non una finzione araldica. Un altro, nel suo suo caso, sarebbe stato costretto a uccidersi: egli rideva.
- Tu ridi - gli disse Paolo - ma come farai per la cambiale, che hai firmato a Zelinda?
- La pagher... Eh, eh! caro Paolo, non  la prima volta che mi accade... Fino al mezzogiorno di domani Zelinda non mi mander certo gli uscieri.
- Bisogna evitare le dicerie.
- Le eviteremo.
- Il tuo nome, Mario...
-  il nome di un duca. Che cosa vuoi che ci faccia? Se questa sera non avr trovato le ventimila lire, non sar colpa tua n mia. Ho deciso di non ammalarmi per questo.
E don Mario, rialzando impercettibilmente le sopracciglia, lasci cadere la lente incastrata all'occhio sinistro, e si sdrai sopra una poltrona.
Paolo cercava senza dubbio un'idea. Si capiva, nel vederlo passare e ripassare nervosamente la mano, lunga e bianca come quella d'una donna, nei suoi capelli neri elegantemente spettinati. Il duca, appoggiando sulla spalliera la testa fulva e un po' calva, lo guardava ironicamente. Negli occhi, d'un azzurro quasi violetto, si accendeva una fiamma di odio fortunato, di livore soddisfatto. L'indice e il pollice della sua sinistra rialzavano alternativamente le punte dei suoi serici baffi biondi, come chi  contento di s stesso, come chi prevede un trionfo prossimo, una vendetta imminente e sicura.
Il conte batt con dispetto la palma sulla tavola: il duca, ripresa la sua espressione dolce e amichevole, gli chiese:
- Hai trovato?
- Nulla, fuori che la prima idea venutami; parlare a mio padre.
- Il quale, per non scontentare n il suo diletto e traviato figliuolo, n la sua dilettissima e virtuosa avarizia, prender una via di mezzo, e ti dar forse quindicimila lire: ossia per me zero!
- Ma che male c' a provare?
Il cameriere, chiamato dal campanello del conte, si present sulla porta.
- Il principe  nelle sue stanze?
- No, Sua Eccellenza  uscito.
Il cameriere se ne and.
Don Mario conchiuse:
- Vedi bene, che oggi  proprio una disdetta, o, se ti pare meglio, una disfatta.
E, ridendo come era venuto, il duca strinse la mano di Paolo, dicendogli, con un certo fare frettoloso:
- Va bene, va bene; ti aspetto stasera al Circolo delle Cacce.
Dopo una diecina di minuti, Paolo Emilio usciva di casa anche lui, avendo scritto e lasciato un bigliettino per il principe della Rocaria. Mentre ordinava al cocchiere di andarlo ad aspettare poco lontano, un servo in livrea verde foglia d'oliva gallonata d'oro venne a pregare il signor conte di andare fino alla carrozza della sua signora, fermata al canto di via Borgognona.
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Capitolo 3.
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Paolo Emilio aveva riconosciuto la livrea e aveva fatto un gesto che non dov ispirare al servitore una grande idea della stima in cui era tenuta la sua padrona dal conte. Pure, dopo esser rimasto alquanto perplesso, egli non ebbe il coraggio di mostrarsi scortese con una donna innanzi a un cameriere, e rispose:
- Andate avanti. Vi seguo immediatamente.
La carrozza era fermata proprio all'angolo del palazzo dell'ambasciata di Spagna. Si scorgevano le teste e le zampe anteriori dei cavalli, che erano nella piazza; il resto, nascosto dietro lo spigolo del muro parallelo a quello del palazzo di Spagna, era in via Borgognona.
Paolo si ferm a due passi dalla carrozza, come per interrogare un'ultima volta s stesso; ma lo sportello si apr e una voce di donna, dolce, morbida e piena, pronunzi il suo nome.
Paolo mise il piede sul predellino.
- Permetti che io ti rapisca? - disse la voce.
Paolo non seppe resistere a quella mano bianca, senza guanto, che uscendo dalla carrozza, come perduta in una piccola nuvola di merletti neri, s'incontr con la mano di lui: lo sportello si chiuse dietro il suo pastrano.
Le tendine erano accuratamente abbassate.
Il cocchiere carezz con la frusta le criniere dei cavalli e svolt per piazza di Spagna verso via Propaganda, seguendo un itinerario che la sua padrona aveva gi dovuto segnargli prima che arrivasse il conte.
La carrozza andava al trotto. Per le strade c'era un bel sole limpido d'inverno e una gran solitudine. Tutta la folla s'era ridotta al Corso, donde veniva un enorme mormoro di voci confuse, fra le quali, ogni tanto, spiccavano le grida:
- Confetti, confetti! - Fiori, belli buch di fiori!
A guardare verso il Corso, da una delle vie traverse, si vedevano dei brani della festa popolare: un mosaico stravagante di teste umane, di colori diversi, di berettoni da pulcinella donde sorgevano, come stendardi, le pertiche mobili a cui erano legati i mazzi di fiori, incartocciati in fogli bianchi; in fondo, un palco addobbato di rosso, sul quale spiccava una macchietta grigia, che era una signorina; pi in qua, un carro a festoni verdi, che passava in mezzo a un polvero di coriandoli, scambiati coi balconi e i marciapiedi.
E la carrozza, intanto, correva per le vie quasi deserte, ora traversando una zona illuminata, circonfusa dei suoi mille riflessi svariati di acciaio, di cristalli, di vernice, ora spegnendo la sua aureola di riflessi in un bagno d'ombra violacea, proiettata da un palazzo gigantesco.
Al Foro Traiano, il cocchiere fu costretto a fermarsi. Passava una brigata di maschere, agitando sonagli, nacchere e tamburelli; le donne della compagnia mandavano un grido di rondinelle impaurite. Una bella brunetta vestita da ciociara picchi ai vetri, esclamando:
- Eh, che famo l drento?
Fu una risata generale.
L dentro, non si faceva n si diceva nulla.
Stavano silenziosi, l'uno accanto all'altra, rannicchiati nei loro posti, fingendosi entrambi assorti, per non parere impacciati.
Paolo, dopo aver consentito a sedersi sopra i cuscini di quella carrozza, nella quale il conte di Santa Laura non avrebbe dovuto mai entrare, non osava parlare per non pentirsene ad alta voce, come gi faceva silenziosamente con s stesso.
La donna aveva seppellito le sue mani nel manicotto e guardava la seta fitta delle tendine per le quali la luce passava languida e smorta.
Alla voce della maschera ella si scosse, e, mentre i cavalli riprendevano il trotto, ella parve come destarsi, e mormor:
- Grazie, Paolo.
- Grazie?
- S, grazie. Io avevo osato di chiamarti, ma non speravo che tu accettassi.
- Infatti.... - e il conte non continu.
- Infatti - rispose lei - sono quasi otto mesi che... - anche ella interruppe la sua frase.
Non dissero altro per un pezzo.
Non sentivasi pi altro rumore che quello delle ruote; s'avvedevano di passare per vie sulle quali il sole era gi tramontato; ma Paolo non chiedeva, ed ella non aveva forse interesse a dire dove si trovavano.
Il sole riapparve alle tendine. I cavalli della vettura rallentavano la loro corsa; il lato dove egli e la donna erano seduti, era diventato pi basso del lato opposto: il rumore delle ruote s'era fatto pi morbido, come soffocato da un tappeto di polvere; Paolo s'avvide che erano fuori di Roma e salivano un'erta.
- Ma dove siamo dunque?
- Vieni, Paolo: riviviamo un'ora del nostro amore.
La voce della donna era languida languida, molle di seduzioni misteriose: ella aveva timidamente appoggiato la sua mano carezzevole sopra un ginocchio di lui, e gli figgeva in volto i suoi grandi occhi neri, supplici, umidi di lagrime, ardenti di desiderio intenso.
Paolo Emilio sent un fremito sottile che gli ricercava tutte le fibre: si soffocava, in quella scatola da confetti, Allontan dolcemente la mano di lei, si sollev sul sedile e tir la tendina. Da prima non vide nulla: la carrozza passava fragorosamente sotto un arco che egli non pot riconoscere, prima che ne fosse uscito.
Ma, uscitone appena, immediatamente gli apparve dirimpetto, campato sull'aria purissima, opalina, un altro arco, l'arco dell'entrata di villa Pamphily.
- Siamo dunque a porta san Pancrazio! - disse Paolo.
- Te ne duole?
Mentre cos rispondeva, ella si era avvicinata con le sue labbra al viso di Paolo, e l'alito caldo e profumato di lei sfiorava la sua fronte, gli avvampava le gote, lo stordiva, lo sconvolgeva tutto; egli aveva raggrinzato le dita sul raso dei cuscini e si tirava indietro, mostrando di voler guardare per lo sportello, di voler respirare l'aura fresca, quasi fredda:
- Stefania! - grid alla fine.
- Che cosa vuoi, Paolo?
L'accento della marchesa - era lei - sempre pi commosso, diventava sempre pi pericoloso: era una musica melodiosa, che, sulle parole pi volgari e prosaiche, creava il canto di vittoria dei sensi trionfanti: era una mala.
- Che cosa vuoi, Paolo? - ripet Stefania.
- Nulla. Usciamo all'aria aperta: ah!
Il conte era saltato a terra.
Stefania fu costretta a seguirlo. Il lungo strascico del suo abito s'attacc a qualche gancetto, a uno spillo o altro. Nello scendere, inciamp. Inciamp e stava per cadere col viso nella polvere. Paolo Emilio la ricev nelle sue braccia e - involontariamente, chi sa? per paura che si potesse far male - la strinse.
Il petto di Paolo sent, oltre la seta e le trine, il petto colmo esuberante della marchesa: una ciocca dei capelli di lei gli carezz la fronte: la mano sinistra con cui egli l'aveva stretta, spiegata sulla vita di Stefania, un po' al di sotto delle spalle, tastava gli ossicini di balena che rigavano di linee dure, lunghe, flessibili, la morbidezza della carne ricca e densa.
Si guardarono e si sorrisero con un sorriso timido, sciocco, vergognoso: un sorriso che li avviliva entrambi, che li abbassava al grado di Fox che fa la sua corte in pazza a quella bianca civettuola maltese di Lil....
Il cocchiere assisteva, con volto serio e solenne, alla scena, n si sarebbe permesso di turbare minimamente nell'esercizio della loro volont la sua padrona e il conte. Ma il servitore gli di di gomito, e i cavalli, sentendo agitare le redini, si mossero: ne nacque la necessit di un richiamo all'ordine dei cavalli, che fu utile anche per i due signori.
- Andiamo a fare un giro a villa Pamphily? - chiese Stefania, che fu la prima a calmarsi.
Paolo Emilio aveva abdicato oramai il suo libero arbitrio in favore della marchesa.
- Andiamo pure - rispose - purch il custode ci faccia entrare.
- Vuoi che non ci riconosca? Si ricorder di averci aperto tante volte, quando venivamo insieme, quasi furtivamente, a far colazione qui, fuori di porta: ti ricordi che il garzone d'osteria ci dava del voi?
Erano arrivati. Quell'ometto basso, tarchiato, con una tuba alta quanto lui, il quale apre le porte della villa e ne  una delle curiosit, li riconobbe: si cav il cappello con un mezzo sorriso di rispettosa familiarit e li lasci entrare.
Ma, dopo che si erano allontanati, il bravomo fu colto da un rimorso.
-  gi tardi, e avrei dovuto avvertirli. Ma come si fa ad avvertire qualche cosa al figlio di un principe? Intanto, bisogner chiudere. Capisco che ad aspettarli... l'obbligo loro lo sanno quei due!
Aveva fatto veramente male quell'omiciattolo. Avrebbe dovuto avvertirli che non si deve mai tornare insieme nei luoghi dove ci s  amati; che non si deve mai tornare d'inverno, in una villa deliziosa, dove ci si  amati di primavera o d'autunno: che non si deve mai tornare in quel felice paese dei sogni e delle illusioni, donde si  partiti, dopo essersi destati, dopo aver visto svanire nell'aria, fra le nuvole, il lembo azzurro del velo che ci copriva gli occhi.
Andarono sino al lago. Si arrampicarono sino al caro luogo prediletto, in quel folto d'ippocastani e platani, dove c' il gran capitello, d'ordine corintio, meravigliosamente mutilato dagli uomini e dal tempo, dipinto e vellutato dal musco, e rovesciato per offrire agli amanti un sedile stretto, da starci in due, per la sola ragione che basta appena per uno.
Un gran tappeto di foglie secche e indorate copriva tutto il suolo intorno e scricchiolava sotto i loro piedi: erano le stesse foglie che li avevano ricoperti e protetti dal sole e dagli sguardi indiscreti, altra volta.
Ora, i raggi del sole, non facevano male e passavano liberamente nei larghi spazi fra i rami, e nei piccoli interstizi delle foglie tremolanti ingiallite dei platani: nella villa non c'erano sguardi, eccetto quelli stupidi delle anitre e dei cigni che solcavano di lunghe linee bianche lo specchio azzurro del lago.
Stefania si era seduta sul capitello rovesciato, Paolo la contemplava come si contempla un ritratto, rimpiangendo altri tempi.
La prima ebbrezza era finita. I sensi erano domati. Ma, a quella prima ebbrezza, ne succedeva un'altra pi profonda, pi acuta, pi pericolosa ancora.
Vedersela l, a due passi, su quel capitello, provocante umile e superba nel tempo stesso, col corpo inguantato da una lunga veste nera, col volto deliziosamente ombrato dal cappello anche nero, con gli occhi sfavillanti e le labbra frementi in quell'ombra: vedersela l e sapere che quella donna  perfida, che il suo delirio  commedia, che il suo amore  una parte studiata!
Paolo di uno sguardo al lago e un altro a Stefania.
A Stefania si strinse il cuore: ebbe paura e giunse le mani, come in atto di chiedere grazia.
Fu proprio un attimo: Paolo ha sempre dubitato che tutta questa scena muta sia stata una sua allucinazione. Perch, un momento dopo, egli non si ricord pi come il conte di Santa Laura era ai piedi di Nanna, la falsa marchesa, la falsa Stefania, la falsa amante, e le baciava le mani, ed ella, come volesse assorbirlo, annientarlo, lo guardava con un occhio avido, vorace, un occhio da vampiro innamorato della povera creatura di cui succhia la vita.
- Stefania, Stefania! - mormorava Paolo - Stefania, dimmi che non  vero!
Ella non rispose.
- Dimmi che fu un inganno dei miei occhi, dimmi che ero ubriaco, dimmi che ero pazzo!
Ella sussult per un singulto che non era un singulto di dolore; rovesciata la testa sul tronco di un platano, ella esponeva al sole rosso del tramonto la gola bianca, in cui Paolo vedeva passare fremiti voluttuosi e convulsi.
Le anitre del lago chiacchieravano malignamente, laggi, nell'acqua azzurra.
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Capitolo 4.
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Il duca di Fonteschiavi non aveva fatto tre passi fuori del palazzo Marcompi, che, dall'altro lato della strada, vide il dottor Kaiser assorto nella contemplazione di una vetrina di cianfrusaglie.
Il duca travers la strada e si avvicin al dottore, che, avendo gi distinto in quella specie di specchio, fra una piramide di vasetti di cold cream e un nuovo apparecchio per fare l'acqua di seltz, la figura di Fonteschiavi, s'era voltato tutto d'un pezzo, salutando coi segni del pi profondo e pi flessibile rispetto.
- Andiamo sempre di bene in meglio, mio caro dottore. Lei non pu immaginare che cosa sia saltato ora in mento a quell'originale: vuol parlare a suo padre per le ventimila lire.
- Il conte di Santa Laura cospira con noi.
- Infatti ci sarebbero tutte le ragioni per crederlo; che egli si voglia perdere per farci piacere?  un amico cos devoto, che non me ne meraviglierei.
- Se il conte lavora per conto nostro, c' pure chi lavora inconsciamente per conto suo.
- Chi?
- La signorina Marescaldi.
- Guendalina!
La serena malignit del viso di don Mario fu turbata improvvisamente da ci, che il dottore gli diceva con l'indifferenza di chi cita un nome a caso.
- Carolina, la cameriera della signorina Marescaldi - continu l dottore - doveva andare al palazzo Marcompi a portare un biglietto per il conte di Santa Laura.
- Cio?
- Il biglietto invitava il conte a un colloquio sentimentale questa sera, all'ora, del veglione.
- Tutto  perduto, dunque! E lei rimane freddo, perde il suo tempo davanti alle vetrine dei negozi, dottore?
Erano, cos parlando, arrivati pian piano nella corte del palazzo della Posta, e passeggiavano sotto il portico, dal lato opposto a quello dove c' la distribuzione delle lettere. Precauzione inutile, perch quel giorno non c'era nessuno, fuori di loro due, e una qualche persona tutta incalcinata di coriandoli che era venuta a riposarsi e riparare i guasti del suo cappello.
Al rimprovero del duca, Kaiser sorrise:
- Il conte non andr al ritrovo assegnatogli dalla signora Marescaldi.
- Chi potr impedirglielo?
- Mentre la signorina dava gli ordini e le istruzioni a Carolina, Marta, la cameriera della principessa, origliava. Il biglietto  stato sequestrato.
Fecero il giro dei quattro lati del portico, senza aggiungere altro.
Finalmente il duca chiese:
- Dunque stasera?
- Ha trovato il signor duca la persona che aveva promesso di scegliere?
- Il signor duca ha trovato la pi bella, buona, stupida e discreta creatura che si possa desiderare. Ella non parler mai: il signor duca sa quello che si fa.
- Va benissimo: al resto si  pensato abbastanza. Ho qui in tasca gli orecchini. Tutto sar disposto?
- Tutto.
Il dottore salut, come sempre, con tutto il corpo, costringendo le ribelli sue vertebre a grandi esercizi di pieghevolezza. Come se si fossero intesi, Kaiser usc dalla porta di via della Vite e il duca da quella in piazza san Silvestro.
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Capitolo 5.
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Il crepuscolo moriva lentamente al di fuori: Dio accendeva lass le sue stelle, l'uomo accendeva quaggi i suoi fanali. Carolina entr nella camera, portando un lume con una mano, mentre con l'altra si andava rasciugando gli occhi gonfi e rossi di lagrime.
Guendalina, seduta accanto alla finestra, aveva piegato il braccio sulla spalliera bassa della sua poltrona, e nascondeva la faccia sul gomito: quando entr Carolina, ella non si mosse.
La povera ragazza contemplava, piangendo, la sua padroncina. Le labbra si schiudevano come per dire qualche cosa, ma la voce le veniva meno: ella non sapeva risolversi a uscire e non osava restare.
Guendalina era affranta, prostrata. La sottile e svelta personcina della damigella appariva sulla poltrona di raso azzurro come una larga pennellata bianca sopra uno strato di turchino di Prussia. I suoi magnifici capelli castani, lisci e raccolti, ecco tutto ci che si vedeva della sua testa: il lume vi metteva dei riflessi nettamente disegnati, come tante righe d'oro. La cortina della finestra, d'un azzurro meno intenso di quello della poltrona, ricadeva sopra le dita immote della destra, d'una rosea candidezza di giovinetta, che abbia ancora le sue mani di educanda. La sinistra, invece, convulsa, irrequieta, sfilacciava, con movimento monotono, meccanico, i cordoncini della frangia di uno dei bracciuoli.
Carolina non seppe pi frenarsi: ruppe in un singhiozzo, che riscosse la signorina Marescaldi.
Quando ella ebbe rivolto il suo visino gentile, da miniatura, un pittore avrebbe potuto fare uno studio di antitesi fra quelle due donne piangenti.
Erano due dolori diversi, due diverse espressioni: si rivolgevano entrambe gli sguardi umidi di lagrime, ma gli sguardi non erano gli stessi.
Gli occhi cerulei di Guendalina erano afflitti, desolati da un dolore quasi infantile; ella, povero angioletto, non aveva sofferto nulla fino a quel giorno; il dolore l'atterriva, non turbava la sua coscienza di fanciulla ignara del male: ma gli occhioni bruni di Carolina piangevano con una disperazione di rimorso acuto e profondo, che le bruciava le occhiaie e le arroventava il viso di macchie sanguigne.
La signorina era bella, d'una bellezza dolce, commovente: la popolana invece faceva male a vedere.
- Perch piangete anche voi, Carolina?
Quelle parole pronunziate con voce velata, quelle parole in cui si sentiva la violenza che la fanciulla si faceva per parlare, finirono di sconvolgere la cameriera. Ella cadde in ginocchio, giunse le mani e mormor:
- Perdono!
Guendalina era stupita; ripet, come se non comprendesse:
- Perdono?
- S, buona signorina, s, io chiedo il perdono perch ho tradita la sua fiducia; io che ne ero indegna.
Carolina chin la testa.
Guendalina, muta, la mirava, senza trovare nulla da rispondere, non potendo spiegarsi quella rivelazione incomprensibile.
- Ma che cosa avete fatto?
- Ho rivelato tutto a Marta, la cameriera di sua eccellenza.
La signorina Marescaldi chin a sua volta la testa e pens:
- Io accusavo Paolo!
- E la mia lettera, a chi l'avete consegnata voi?
Guendalina si era levata in piedi: una fiamma di sdegno le aveva imporporato le gote: gli occhi si erano asciutti da s, e fulminavano la povera ragazza, curva e abbattuta, tremante come una foglia con le sue membra robuste sotto il peso dei rimproveri che le rivolgeva quell'esile figurina bianca, ch'ella avrebbe potuto distruggere con un soffio.
- Perdono - ripet - perdono: racconter tutto.
E narr che, sorpresa per la scala, mentre usciva senza permesso, aveva voluto negare, ma la cameriera di sua eccellenza la principessa aveva risposto:
- So tutto: fuori la lettera.
Marta l'aveva quindi condotta da sua eccellenza. La principessa le aveva ordinato di mostrare la lettera, che era stata aperta, letta e lacerata da quella vecchia infernale di Marta.
Mentre ella usciva, aveva sentito che Marta diceva:
- Non dubiti, eccellenza, ci penso io. Il conte non verr.
I pensieri si affollavano nella testa di Guendalina, che rifletteva su quelle improvvise rivelazioni.
- Dunque io sono guardata a vista! Marta mi spia!... - Vi perdono - disse di poi ad alta voce alla ragazza ancora inginocchiata; e, parlando a s stessa, - sono stata imprudente.
Mentre Carolina si rialzava, la porta si apr e apparve il volto severo della principessa Marescaldi.
La principessa non degn d'uno sguardo la cameriera: fece un gesto, e Carolina usc senza osare neppur d'inchinarsi. Madre e figlia si trovarono sole. Donna Vittoria si assise sopra una poltrona con tutta la solennit di un giudice che torna nel tribunale a leggere la sentenza che ha gi pronunciata.
Guendalina rimase in piedi, con la fronte alta, lo sguardo sicuro, il volto serenamente mesto d'un innocente che spera ancora, quantunque sia gi rassegnato a una condanna.
Donna Vittoria e Guendalina si rassomigliavano: si sarebbe detto che i capelli grigi della principessa erano l'avvenire della splendida chioma castano-dorata della giovinetta, che il volto allungato, bianco-opaco, era il futuro dell'ovale raffaellesco di Guendalina, che le rughe della fronte della dama avrebbero rigato anche il candore immacolato della fronte della donzella: ma si capiva a prima vista che l'occhio ceruleo, ingenuo, infantile della fidanzata di Paolo Emilio non avrebbe mai dati gli sguardi duri, freddi, austeramente tranquilli, dell'occhio imperativo della vedova del principe Marescaldi.
La volont di donna Vittoria aveva sempre trionfato: le carezze dei suoi genitori, le debolezze del defunto principe Marescaldi le avevano fatto concepire una grande stima per s medesima; il cuore umile, tenero di Guendalina aveva invece provato fin dall'infanzia la triste volutt del sagrifizio: sua madre l'aveva obbligata a lasciar i trastulli molto prima che fosse donna; le aveva impedito la lettura, proibite le amicizie con le sue antiche compagne, in una et in cui le madri pi severe permettono un romanzo stampato alle loro figliuole, per evitare che ne facciano di inediti, e concedono delle amiche per attutire sentimenti pi vivi.
Guendalina era vissuta fino allora coi suoi libri di devozione, con quella povera ragazza di Carolina e con l'immagine di Paolo Emilio, che ella aveva amato sempre dalla sera che aveva ballato il primo valzer, una sera di settembre, nella villa Aldobrandini a Castel Gandolfo.
La principessa rivolse alla figliuola uno dei suoi sguardi pi glaciali e glielo tenne confitto negli occhi tanto, che Guendalina si turb: una vampata le pass sul viso, facendolo diventar di fuoco.
- Guendalina, credo che per te sia utile, necessario di abbandonare Roma per qualche mese.
Tacque, come se aspettasse una protesta. Guendalina non rispose.
- Credo - continu donna Vittoria - che la tua salute richieda l'aria della campagna.
L'istessa pausa per dar campo a una risposta; lo stesso silenzio della fanciulla.
- Credo - riprese la madre - che domani per tempo sar pronta una vettura nella corte, e che tu potrai partire per la villa Marescaldi ad Albano.
Questa volta Guendalina era decisa a rispondere; ella abbozz una parola con le labbra, ma non si ud nulla. Quello sguardo, quel terribile sguardo agghiacciava Guendalina.
- Carolina verr con te; ma non le sar permesso di uscire dalla villa.  inutile che tu scriva altre lettere, fuori quelle che hai il dovere di mandare a tua madre e a sua eminenza, tuo zio. Adesso, figliuola mia, puoi venire, se ti fa piacere, nel salotto, dove  appunto lo zio, che vorrebbe augurarti il buon viaggio.
- Madre mia! - ella disse, supplicando con gli occhi.
- Che cosa?
- Nulla. Volevo pregarla solo di permettermi di restare in camera; ho la testa che mi fa male. L'eminentissimo zio vorr perdonarmi.
- E sia. Allora, buon viaggio. - La madre stese la mano e la figliuola la baci.
Povera fanciulla, avrebbe voluto abbracciarla, ma sapeva che donna Vittoria non permetteva queste espansioni.
La principessa era arrivata sulla porta; prima di uscire si volse e disse:
- Forse in questi giorni verr a vederti; mi accompagner il duca di Fonteschiavi, che  nostro cugino.  un uomo di sani principii e di una piacevole compagnia. Spero che ci accoglierai bene, non  vero?
L'ombra di un lieve sorriso pass sulle labbra della principessa, e quel lieve sorriso parve a Guendalina l'annunzio di una sventura.
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Il grasso cardinal Marescaldi aspettava la principessa sua cognata nel salone rosso a fiorami gialli; nobili, dignitosi e volgari tutti e due; salotto e cardinale.
- Emb? - disse sua eminenza, che affettava di parlare romanesco - che cosa si  conchiuso con quella smorfiosetta?
- Le ho detto che domani avrebbe dovuto partire.
- E lei?
- Partir.
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Capitolo 6.
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Il duca di Fonteschiavi e il conte passeggiavano nella sala, contentandosi di sorridere alle mascherine, che, passando, dicevano loro di quelle scioccherie che di carnevale si barattano per motti spiritosi. Paolo, spesso, non sorrideva nemmeno: era venuto all'Alhambra, perch ce l'aveva trascinato il duca.
Il duca invece era di ottimo umore. Egli aveva persuaso finalmente un usuraio a imprestargli trentacinquemila lire, pi di quanto gli occorreva per pagare la cambiale firmata a Zelinda, e andava cercando una maniera ragionevole di disfarsi al pi presto delle quindicimila che gli avanzavano.
- Guarda in fondo alla galleria.
Paolo non rispose: il suo pensiero viaggiava e le parole di don Mario giungevano sino al suo orecchio, ma non arrivavano sino al cervello.
Don Mario continuava a guardare, con la lente incastrata all'occhio sinistro, lass, nella galleria.
- Ma vedi un po', che graziosa zingarella ha al braccio quel mascalzone.
- Chi?
- Il pulcinella: non lo vedi?
Paolo di un'occhiata alla galleria, ma non rispose nulla.
Per pulcinella era troppo alto, troppo grosso, ma parlava con tanta disinvoltura il suo gergo bizzarro e caratteristico, che la gente lo aveva attorniato dal momento che egli era entrato.
I suoi lazzi erano schiettamente e cinicamente volgari, tolti dal vecchio repertorio del teatro napolitano, ma facevano ridere quelle brave persone - in maschera e senza - che alle undici di quella sera andavano baloccandosi per il veglione.
Gli tiravano sul berrettone delle manciate di coriandoli, rimasti loro in tasca, lo applaudivano, cercavano di dargli il gambetto; ma egli lasciava fare, sopportando tutto, ridendo di tutto, facendo rider tutti con una bonomia d'atleta, con una filosofia da uomo forte, che si diverta a ruzzare coi bambini e si lasci battere dalle loro piccole mani, che carezzano anche quando fanno male.
Il duca aveva fatto fare tre volte almeno al conte di Santa Laura il giro dell'Alhambra, dicendogli tratto tratto:
- Eccola: sale i gradini del palcoscenico: pare che sia un po' seccata del suo cavaliere: vogliamo rapirgliela?
Paolo accennava di s con la testa, senza sapere a che cosa dava il suo consenso.
- Credo - continuava don Mario - che, se quel grosso bestione si allontanasse per cinque minuti, non troverebbe pi la sua dama. Ma, se non si allontana,  impossibile di andare a disputare una zingara a un pulcinella.
Uno stormo di pagliaccette, che pass tra la brigata del gigantesco pulcinella e i due amici, imped al duca di raggiungere la preda, intorno a cui, da quel nobile sparviere ch'egli era, andava girando gi da mezz'ora.
Quella sera, all'Alhambra, si soffocava. Era il secondo veglione del comitato e si poteva dire, senza nessuna esagerazione di cronista, che non c'era proprio il posto per il famoso granello di miglio.
L'orchestra sonava a brevi intervalli: ma nessuno pi ballava. Qualche coppia, si ostinava in questa gentile e coreografica intenzione, diventava il punto di appoggio di tutte le sporgenze acute ed ottuse di quell'enorme Nessuno che si compone di tutti. Era necessario rassegnarsi e passeggiare sullo strascico d'una bella signora, sui piedi dei vicini che facevano altrettanto, sopra ogni cosa, fuori che sul pavimento. L'aria era pesante e grave: vi si sentiva fumo di sigaro e vapore di carni giovini e fresche, arroventate dal caldo soffocante, dalla cena allora finita; c'erano dei profumi squisiti e c'era del muschio da cinque soldi; c'era un nevischio sottilissimo, impercettibile, di cipria sfuggente dalle gote rosee, dalle chiome bionde; c'era un polvero di atomi di legno e di vernice, che si staccavano dalle pareti e dai palchi; mezz'ora dopo entrati in quel pandemonio, si desiderava di respirare una boccata d'aria fresca, ma non era pi possibile: non si cercava pi, neanche, di uscire: si era ubriachi.
Paolo, che fino allora, vivendo con s stesso in un altro ambiente, non aveva potuto inebriarsi e che, aspirando tutta quella collettiva emanazione d'un'orgia repressa e costretta nei confini ipocriti della decenza convenzionale, se ne era sentito nauseato, prese il braccio del duca e gli disse:
- Se ce ne andassimo, Mario? Credi pure che tutto questo baccano senza scopo  noioso. Se ce ne andassimo, eviteremmo la noia di essere notati da quel grosso bruno, che farebbe di tutto per avvicinarci, per domandarci qualche sciocchezza e poi scrivere nel suo giornale i nostri nomi. Capisci che il ridicolo di essere citati, oltre la noia,  pi di quello che si possa sopportare.
- Andiamo dall'altro lato. La zingara va a sedersi nella galleria: chi sa che il pulcinella non la lasci sola?
Era evidente che don Mario non voleva andarsene dall'Alhambra; il conte non volle insistere, e tenendosi stretto al braccio dell'amico, facendo insieme con lui grandi sforzi di pazienza e di strategia, lo segu per quella linea serpentina, che era l'unica linea retta possibile, in quella sera, capace di abbreviare la distanza.
A capo di sei o sette minuti erano infatti giunti sul palcoscenico. Sulla porta che metteva nella scaletta della galleria a destra, un domino nero ferm Fonteschiavi, e, senza dire una parola, lo trasse sotto l'arco, dove c'era pi ombra che luce.
Il domino, parlando misteriosamente a bassa voce, diceva al duca:
-  il momento di lasciar solo il conte.
- Se Pulcinella non lascia prima sola la zingara, io non ho alcun pretesto per allontanarmi. Egli  annoiato, se ne vuole andare....
- Se il signor duca sale in galleria, trover il suo pretesto sopra una sedia lungo il parapetto. Pulcinella avr ora altro da fare: a lui  affidato l'incontro fortuito del conte con lei.
- Le raccomando per di far presto.
- Non dubiti, signor duca, Pulcinella sarebbe capace di sbarrargli la porta dieci volte, lui solo.
Il duca sorrise con dolcezza.
- E allora, buona sera... dottore.
Il domino sparve nella folla: il duca raggiunse Paolo e gli mormor nell'orecchio:
- Indovini?
- Che cosa?
- Chi era il domino?
- No.
- Il factotum di Zelinda: l'ho umiliato, dicendogli che domani prima di mezzogiorno egli poteva venire a prendersi il suo danaro...
Chiacchierando, chiacchierando, erano gi nella galleria; il duca continuava a parlare della cambiale come chi non abbia mai pensato ad altro per tutta la sera, quando Santa Laura gli disse:
- Oh guarda: tu sei esaudito. La tua Esmeralda  sola.
Il duca mostr di rivolgersi da quel lato, allora, per la prima volta
-  vero, perbacco! Non avrei creduto mai di essere cos fortunato nelle mie speranze.
- In questo caso, a me non rimane altro che augurarti un'eguale fortuna nel resto.
Il duca e il conte si strinsero la mano.
Mentre don Mario si avvicinava alla zingara, egli non aveva negli occhi l'espressione dell'uomo che si avvicina alla donna desiderata; egli aveva sulle labbra un sorriso lievemente convulso di gioia feroce.
Sedendosi accanto alla zingarella, egli, con accento freddo e serio, che non aveva nulla che fare coll'entusiasmo finto di prima, le domand:
- Ada  gi venuta?
-  l, sale ora le scale del palcoscenico, Santa Laura l'incontrer fra due minuti.
Il brulicho inquieto e rumoroso continuava, anzi cominciava a degenerare gi in gazzarra. La brigata di Pulcinella percorreva il teatro, saltellando, urtando, sgominando tutte le pi fitte compagini della folla.
Si rideva, si protestava, si rendeva a sinistra l'urtone ricevuto a destra; alcuni avevano improvvisato una piccola orchestra privata, che straziava gli orecchi del pubblico; altri, quasi tutti mascherati, ballavano a tondo, tenendosi per mano in un cerchio di dieci o dodici matti, circondando qualche vecchio signore, molto noto, o qualche personaggio quasi illustre, che avrebbe pagato un milione per trovarsi a casa.
In mezzo a quest'orrendo frastuono, a questo sabba policromo - nel quale folleggiavano arlecchini, diavoletti, pierrots, pierrettes, nel quale i maghi facevano la corte alle odalische, nel quale le odalische invitavano, con languide e procaci occhiate, gl'impellicciati e sudanti boiardi, nel quale c'era di tutto: follia, giovent, miseria, ricchezza, vizio, buonumore, traviamenti d'una sera, infamie d'una vita intera, maglie color di rosa e chiome tinte - in mezzo a tutto questo, c'era una soluzione di continuit, un intervallo di solitudine mobile, che accompagnava, come un'atmosfera accompagna l'astro, un'alta e snella figura di donna, in un abito abbagliante da paggio, che pareva una statua modellata nel raso bianco. Una maschera nera chiudeva ermeticamente la via di quel volto agli sguardi indiscreti. Le mani erano coperte di guanti neri come la maschera, come le scarpine: il solo collo era scoperto e lasciava ammirare una epidermide pi morbida del raso che lo circondava.
Intorno a lei era quasi un'aureola invisibile di un profumo ignoto, che l'isolava nella folta, come la luce elettrica o il magnesio isolano la prima ballerina che danza un adagio molle e voluttuoso, mentre le corifee eseguiscono intorno a lei una ridda lasciva e sfrenata.
L'orchestra sonava in quel momento una languida mazurka, che, nel suo ritmo tremolo, mesto e lamentoso, ondulava delicatamente su quel diavoletto, come una nuvoletta di vapori diafani e leggeri vagola lentamente sopra una sterminata caldaia in ebollizione.
Il conte di Santa Laura, che traversava il palcoscenico in senso inverso al paggio, fu obbligato, a un tratto, di fermarsi, perch la corte di re Pulcinella aveva per suo uso e consumo bandito, appunto in quel posto, una specie di concorso ginnastico. Gli ammiratori dei nuovi giuochi olimpici, stretti in una folta siepe umana, impedivano il passo.
Nel mezzo l'immane Pulcinella aveva lasciato scalare i suoi atletici fianchi da una vezzosa andalusa, la cui gonna nera, pi corta del possibile e sollevata dalla posa che ella aveva preso, lasciava vedere, in uno stato di commovente naturalezza, qualche cosa che nel pi scapigliato can-can  sempre coperto di maglia.
Dall'altro lato, ritta sulla spalla del colosso, una piccola e rotonda damigella pompadour, mandava con una mano baci incipriati alla folla dei plaudenti, minacciandoli contemporaneamente col getto di un sifone di seltz, stretto nell'altra mano.
Alle due ragazze erano successe due altre, poi tre, poi una sola, poi pi nessuna. Sia che le donzelle acrobatiche fossero in minoranza, sia che avessero paura delle guardie - nessuna pi rispondeva agli inviti buffoneschi del Pulcinella.
Il conte, vedendo che gli era possibile di allontanarsi, gi si avviava attraverso la folla diradata, quando il solitario paggio bianco dalla maschera nera, uscendo dietro la grossa pancia di un vecchio in marsina - che, senza saperlo, aveva fatto da sipario a quella meravigliosa apparizione - entr, col suo passo lento e di sonnambula, in quel cerchio di gente allegra.
- Benissimo - grid uno - il paggio vuol fare i giuochi... largo al paggio!
La fanciulla mascherata si ferm, accennando con la testa di no.
- Avanti su, avanti - disse porgendole la mano il Pulcinella - coraggio!....
La fanciulla accenn, un'altra volta, che ella non aspirava a quell'onore.
- Guarda un po' la smorfiosa!
- Andiamo, via, che cosa sono queste moine?
- Su, su: non c' paura!
Pulcinella tese la sua mano grossa e callosa per prendere le piccole dita inguantate, ma ella di un salto indietro e lev la mano con un gesto di preghiera imperiosa, volgendosi attorno come a invocare l'aiuto di qualcuno.
Santa Laura, che aveva seguto la scena con tutto l'interesse di cui poteva disporre quella sera, si fece largo, e, inoltrandosi col suo portamento alteramente cavalleresco, offr il braccio al paggio.
Il Pulcinella voleva far l'atto di ritogliere la dama al conte, ma Paolo Emilio, senza turbarsi, senza pur mostrare di avvedersene, volse le spalle all'atleta e a tutta la brigata, che rest sbalordita a quell'audacia tranquilla; il conte e il paggio erano gi sulla porta dell'Alhambra, che essi discutevano ancora sui metodi di vendetta. Cosa strana! Il pi calmo, il pi prudente di tutti si mostrava appunto quel capotrib da operette a cui l'offesa principalmente era stata fatta. Chi voleva correre dietro alla coppia e obbligarla a inginocchiarsi e fare ammenda onorevole: chi dar loro un tuffo nel Tevere: uno, meno feroce e pi bellicoso, propose d'invitarli alla loro cena. Pulcinella disse che bisognava attendere, ch la vendetta l'avrebbe presa lui.
- Intanto se ne vanno!
- E noi auguriamo loro la buona notte.
Il conte aveva accompagnato fino al ponte la mascherina, di cui aveva sentito appena la voce, in un grazie, mormoratogli all'orecchio.
Ma, nel momento che egli stava per chiamare il suo cocchiere e offrirle la carrozza, ella lo ferm stringendogli con le dita il braccio al quale era appoggiata.
Si sentiva una certa ripugnanza nella sua voce, quando ella disse:
- No, grazie. La mia casa  qui a un passo, in Prati. Le sarei grata piuttosto se volesse accompagnarmi a piedi per qualche minuto.
Il conte Paolo Emilio, che non aveva mai creduto ai romanzi, che non ammetteva nulla di straordinario, a quell'invito inaspettato non seppe che rispondere e accett. Fecero una decina di passi in silenzio. Sulla vasta distesa dei Prati splendeva il plenilunio. I raggi bianchi davano dei riflessi di madreperla al bianco raso del giustacuore da paggio, sotto cui palpitavano visibilmente forme squisite di bellezza femminile: quella giovinetta pareva un capriccio disegnato sottilmente a penna sopra un foglio di carta candidissima, nel quale l'artista si fosse divertito a riempire d'inchiostro nerissimo i tratti che rappresentavano l'ovale della faccia, le manine gracili ed eleganti, il piedino arcuato e fine.
Il conte vedeva allungarsi per la via quell'ombra parallela alla sua e si domandava come, perch si trovasse egli, a quell'ora, in compagnia di quella timida ragazza, vestita come osa appena una donna abituata a esporre s stessa ai lumi di una ribalta, e dalla cui chioma gli saliva sino al cervello un profumo che lo stordiva e lo ammaliava.
Non gli sembrava d'essere pi a Roma, in Prati, ma in uno di quei romanzi di cui egli aveva sempre sorriso: la cupola di San Pietro, nelle sfumature lontane dell'orizzonte vaporoso, gli appariva come una sagoma orientale.
Il paggio si determin finalmente a rompere il silenzio, e con voce interrotta, prendendogli una mano nelle sue, guardandolo con occhi, che, dietro la maschera, avevano un non so che di piet sovrumana, disse penosamente:
- Conte, io... sono una fanciulla sventurata, che mi rivolgo a lei, perch so che... lei  generoso... Ne ho avuto una prova questa sera, conte...
- Ma lei dunque mi conosce?
- S.
- Infatti, la sua voce...
- No, no - rispose ella vivamente - io non ho l'onore di essere conosciuta dal conte di Santa Laura. Se io non le fossi assolutamente ignota, non le avrei detto nulla, perch un doloroso mistero....
- Un mistero?
- S.... mi costringe a... rivolgermi a lei.
Il paggio tacque, lasci le mani di Paolo Emilio che non aveva cessato di stringere, si raccolse, cominci due o tre volte una frase, che pareva non volesse oltrepassare le sue labbra, poi, facendo uno sforzo, parl rapidamente, come se le parole le bruciassero la lingua:
- Conte, non posso dirle altro. Affido a lei questo involto, che contiene un oggetto per me preziosissimo, una memoria che io non posso salvare altrimenti dall'avidit di alcune triste persone. Un giorno, domani forse, io verr al palazzo Marcompi a richiederglielo. Fino allora, io le domando la sua parola di non aprir mai la carta che lo ravvolge: l'onore di una famiglia vi  impegnato.
Il paggio respir, come chi ha compiuto un dovere increscioso.
Mentre il conte si apparecchiava a rispondere, il paggio riprese:
- Non mi dica di no.
Il conte, che tendeva gi la mano per prendere l'oggetto prtogli, e apriva le labbra per dare la sua parola, si ferm. Perch?
Il conte era rimasto sorpreso del mutamento di tono della fanciulla. Ella aveva pronunziato quel: non mi dica di no, con un tono cos freddo, cos in contraddizione con quello di prima, che Santa Laura sospett che sotto le parole di lei ci fosse uno scherzo di carnevale, una burletta.
- Oh, non mi dica di no - ripet il paggio con un fremito vero, di vera paura nell'accento: - no, non mi dica di no, conte!
Infine, che cosa ci perdeva? E poi, come dire di no a una mascherina cos gentile, che, nonostante l'audacia di quel costume, mostrava di essere ben educata, che non gli chiedeva null'altro fuorch un atto di cortesia?
Paolo Emilio non poteva ricusarsi, e, preso il piccolo involto, diede la sua parola.
Si attendeva un'effusione di gioia e di gratitudine del paggio, ma, con sua grande meraviglia, il paggio gli strinse malinconicamente la mano, e mormor:
- Qualunque cosa avvenga, prego il conte di Santa Laura di non giudicarmi severamente, di non...
E mutando improvvisamente di pensiero e di tono, riprese:
- Pu stare che qualcuno mi abbia spiata. Per non dare alcun sospetto, sarebbe prudente che lei si mostrasse ancora nel veglione. Mi fa quest'altra promessa?
Il conte s'inchin.
La fanciulla, allontanandosi per un piccolo viale che rasentava una casa in costruzione, scomparve agli occhi di Paolo Emilio.
Nel rimettere il piede sulla soglia dell'Alhambra, egli si vide attorniato dalla brigata di Pulcinella, e questi, piantandosegli dinanzi con aria spavalda, ma non pi comica, gli batt insolentemente la mano sulla spalla.
- Che cosa volete? - chiese il conte di Santa Laura, sdegnato di quella familiarit.
- Nulla, ragazzo mio: nulla. Vorrei solo sapere che cosa hai fatto del paggetto che ci hai rubato.
Il conte non si mosse, non rispose, guard la maschera e i suoi compagni, e sorrise alteramente.
- Ebbene? Hai perduto la parola, bamboccio?
Il conte non sentiva assolutamente il bisogno di venire alle mani con un mascalzone, e quantunque negli occhi gli lampeggiasse gi la collera repressa, egli continuava a sorridere.
-  tempo di finirla, mi pare - egli disse - non sono qui venuto per bisticciarmi con gli ubriachi: lasciatemi il passo.
In queste tre ultime parole c'era, tutto l'orgoglio patrizio, che ritrovava la formola imperativa della sua ira di padrone offeso. Furono accolte dagli sghignazzi della folla.
- Non ancora, amor mio, non ancora - continuava il colosso mascherato - prima di passare, bisogna che tu ti porti un ricordo di Pulcinella.
E un pugno formidabile rovesci il figlio del principe della Rocaria.
Paolo Emilio si rialz stordito, stupidito. Non sapeva che farsi, ma stringeva nella mano aristocratica un coltello volgarissimo col manico d'osso.
In quell'attitudine, una guardia lo colse, mentre forse si apparecchiava a far uso del coltello, che qualcuno, intanto ch'egli si rialzava, gli aveva messo nella destra, mormorandogli:
- Vndicati!
La guardia non dur alcuna fatica a condurlo in una vettura da nolo.
Egli era annichilito.
La vettura si mosse rapidamente al comando d'un'altra guardia, salita a cassetta:
- Alla questura centrale.
Mentre le ruote della carrozza s'allontanavano fragorose sul ponte di Ripetta, i commenti erano svariati fra la gente che si era riunita intorno alla porta del teatro. Pulcinella era sparito senza sapere come. Una ciociara pretendeva di averlo visto salire sopra una vettura privata, che si era allontanata per la via dei Prati. Il reporter grosso e bruno, che si era avvicinato al gruppo, andava raccogliendo le voci, che notava accuratamente nel suo taccuino. Furono quelle voci che ispirarono quel famoso pezzo di cronaca romana, intitolato: Un dramma all'Alhambra, che fu riportato da tutti i giornali, e che tutti i lettori di fatti vari ricordano.
...
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...
Intanto, il conte Paolo Emilio di Santa Laura rispondeva all'interrogatorio preliminare di un vecchio delegato, che, dopo aver saputo il nome dell'arrestato, si trovava pi impacciato a continuare nelle domande, che non fosse il conte a trovare le sue risposte.
- Dunque, quel coltello?
- Mi fu messo nelle mani da un uomo mascherato, mi pare, d'un domino nero, e sentii dirmi a voce bassa: vndicati.
Il delegato si stropicci la testa grigia con due dita aggrinzate: poi, con una timidezza d'imputato verso un magistrato, mormor:
- Sono dolente.... ma le circostanze del fatto.... mi impongono....
E fece un gesto.
Le guardie incominciarono a frugare il conte, il quale sobbalz, come se le mani degli agenti fossero di ferro arroventato.
Uno degli agenti, Martino Rubacori, trov, in una tasca, l'involto del paggio.
- No - grid Paolo Emilio - io non posso permettere....
- Mi duole di ripetere, signor conte, che ella, qui, non permette e non proibisce nulla...
- Ma quell'involto  un secreto!
- Ragione di pi per aprirlo.
E il delegato svolse la carta, inarcando le ciglia alla vista di una scatola di velluto rosso con due iniziali d'oro S. e N e una corona di marchese; egli non poteva credere ai suoi occhi.
- Mah, mah! Qui c' da impazzire!
L'astuccio aperto mostrava sopra un lettuccio rosso i bizzarri orecchini che il dottor Kaiser aveva consegnati a Stefania, la mattina.
- Ma questi sono gli orecchini di Stefania! - esclam sbalordito Paolo.
Il delegato lo guard severamente:
- Signore, quando si ha un nome e una fortuna come quella dei Marcompi, si rispetta la propriet.
- Come?
- Ecco la denunzia della cos detta marchesa Stefania Novalger. Pare dunque che il ladro sia trovato.
Il conte di Santa Laura rimase tranquillo: non aveva compreso.
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Capitolo 7.
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In un remoto salotto del palazzo Marescaldi, il dottor Kaiser e donna Vittoria, seduti presso il caminetto, in cui si spegnevano due grossi tizzi, parlavano a voce sommessa e concitata.
Il dottore era sdraiato con una sprezzatura di posa che non ricordava, pure da lontano, la sua rigidezza tedesca; la principessa Marescaldi aveva deposta la sua maschera di fredda alterezza e guardava quell'uomo con l'occhio umile, contrito e supplichevole di una maga che Satana in persona onori di una visita improvvisa. La principessa impallidiva, si perdeva d'animo visibilmente e mormorava:
- No, no, Andrea: risparmia quella povera fanciulla. L'hai voluta togliere a Paolo Marcompi, mi hai imposto di darla a Fonteschiavi. Ho ubbidito. Ho ubbidito, sapendo di renderla infelice: ma in un monastero..... oh, in monastero no! Che colpa deve scontare la mia Guendalina? Tu che vuoi vendicarti del principe della Rocaria, di tuo...
- Basta - interruppe imperiosamente il dottor Kaiser.
- Non basta. Condannare una innocente alla prigionia perpetua... ma ci pensi tu, Andrea? Ella non  fra i tuoi nemici: quale colpa ha lei se Paolo l'ama, se ella stessa, disgraziata, lo riama? Tu hai perduto il suo fidanzato, che fra pochi giorni sar disonorato: tu mi costringi a gittarla nelle braccia di un uomo senza scrupoli e senza cuore come Fonteschiavi, che la sposa per i suoi milioni: e non ti basta? E credi tu che il duca di Fonteschiavi si rassegner?
Il dottor Kaiser attizzava il fuoco con le molle di argento annerite dall'uso, e non diceva nulla.
- Si rassegner - rispose finalmente.
Cos il basta di poco prima, come questo ultimo si rassegner, non avevano che fare con la barbara pronuncia dell'italiano che egli usava ordinariamente. Tutto quanto vi era di tedesco, di stecchito in lui, sparito compiutamente, aveva ceduto il posto a una certa indolenza meridionale, a una mollezza felina: lo splendore sinistro dei suoi occhi grigi compiva la rassomiglianza.
- Si rassegner. Se tutta la difficolt fosse nel duca di Fonteschiavi!...
E il dottor Kaiser si mise a ridere.
- Ma v'ha difficolt maggiori - continu il dottore, quasi che quella di Fonteschiavi e Gaendalina fosse gi assodata - v' un'altra difficolt. Una, per esempio, molto lieve se vogliamo, ma che potrebbe condurre il dottor Kaiser, il duca di Fonteschiavi, la marchesa Novalger, Ada sua sorella, Marta, forse la principessa Marescaldi, in quella stessa prigione, nella quale, per ora,  riuscito loro di far rinchiudere il conte di Santa Laura. Questa piccola infornata, che farebbe ammattire dalla gioia tutti i rivoluzionari, dipende da un fatto semplicissimo: che, cio, il giudice d'istruzione e i suoi bracchi sappiano fare il loro mestiere. Ti sorride, Vittoria, l'idea di una principessa Marescaldi costretta a scolparsi davanti a un giudice giacobino, costretta a sedersi sopra il banco de' rei, fra il mormoro d'indignazione della folla, che non ti risparmierebbe nessun titolo di obbrobrio, nessuna umiliazione?
La principessa Marescaldi si era levata in piedi: l'occhio aveva ripreso il suo sguardo altero, dalla sua fronte era cancellata l'umilt, nel suo atteggiamento c'era tutta la dignitosa protesta di due genealogie offese da quel plebeo colla sua ipotesi insultante.
Ma il dottore continuava:
- Dopo verrebbe la vergogna di un pubblico interrogatorio, poi un atto di accusa che ti frusterebbe a sangue, la difesa di un avvocato che ti avvilirebbe per salvarti, quindi un'assoluzione o una condanna: dovunque ti volga, insomma, un'infamia, il disonore! E sarebbe giusto. Sarebbe quello che il nostro tranello aveva preparato al conte di Santa Laura.
La principessa ricadde abbattuta sulla sua poltrona, mormorando:
- Mio Dio, mio Dio
Poi si riscosse, e volgendosi risoluta al dottore, esclam:
- Ma io non ho alcuna parte in questa infame azione!
- Ci non vuol dire che ne eviteresti la complicit. Anche l'assoluzione, te lo ripeto,  una macchia pel tuo nome. Le tue relazioni con Stefania, Marta, Kaiser, con noi, vale a dire con la canaglia, sarebbero giudicate con molta severit, e con grande giustizia.
La principessa ripeteva:
- Mio Dio, mio Dio! Il mezzo di uscirne?
- Uno solo: il tuo assenso....
- Giammai: non voglio essere il carnefice della mia figliuola!
- Allora  inutile parlarne.
Kaiser, che aveva lasciato cadere l'argomento della monacazione di Guendalina, lo riprendeva adesso, rivolgendovi tutta la forza della sua logica spietata.
- Io aveva un mezzo di salvare tutti; dopo aver inventato un delitto, inventare anche l'inventore del delitto. Io aveva tutto preveduto: sapevo i difetti della mia creazione e avevo immaginato come nasconderli a un giudice istruttore... Ma tu non vuoi salvarci, non vuoi salvarti... Sia fatta la tua volont. Guendalina sar salva, sposer il conte, e maledir sua madre, che non l'ha mai amata, che ha cospirato contro di lei. In quanto a noi, ci provvederanno i magistrati della rivoluzione.
Donna Vittoria aveva celato la fronte nelle palme. delle mani ancora belle, quantunque magre da far paura.
Marta, la cameriera, entr portando una lettera che veniva da Albano.
La lettera che veniva da Albano era di Guendalina.
Il dottor Kaiser la strapp brutalmente dalle mani di Marta e la lesse a mezza voce.
- Andrea, ci che tu fai adesso,  vile e superfluo.
- Se sia vile non lo so, quello che so  che io non fo mai nulla d'inutile.
Mentre il dottore parlava, la madre di Guendalina cercava di prendere la lettera, ma egli faceva con la principessa come si fa coi bambini cui si mostri un balocco, o un cane cui si mostra un dolce. Finalmente, dopo aver allontanato parecchie volte il foglietto dalle dita tese di donna Vittoria, lo lasci andare sdegnosamente e la principessa lo raccolse.
Quando fu giunta a pi della pagina, che Guendalina aveva coperto di minutissimi caratteri, anche ella, donna Vittoria, lasci cadere la lettera e, con la lettera, le braccia, in atto di scoraggiamento assoluto.
- Per ora, vedi da te che Guendalina, anche guardata a vista, non pu rimanere in mezzo alla societ.... Ha troppo carattere, troppo spirito d'investigazione: ella ti chiede ragione di questo suo esilio, di questa sua prigionia, con un tono che non ha mai usato per l'innanzi.
- Te ne scongiuro, Andrea, non ritornare un'altra volta su quella crudele proposta: sono stata una cattiva madre finora...
- E ora provi il bisogno che tutti lo sappiano.
- E sia pure.
Donna Vittoria disse quest'ultima frase senza nessuna inflessione drammatica: la disse come avrebbe detto qualunque altra cosa; ma il dottor Kaiser scopr in quella freddezza d'accento una risoluzione subitanea, eroicamente presa. Egli doveva conoscere quel carattere di ferro, che non si piegava se non davanti a lui, e gli bast uno sguardo per vedere negli occhi della principessa una espressione nuova di rassegnazione, di sacrifizio. Diede in uno scroscio di risa nervose, si lev, prese la lettera di Guendalina, e l'accese alla fiamma della pi vicina candela.
Donna Vittoria alz sopra di lui uno sguardo interrogativo.
Il dottore appoggi le spalle al marmo del caminetto e, dopo saettata su quella sciagurata madre un'occhiata da padrone a schiava, rise di nuovo, a denti stretti.
- Tu hai voluto costringermi a parlare, e giacch ci siamo, parliamo pure. Credi tu che Stefania e il duca di Fonteschiavi avrebbero osato quello che hanno fatto, se si fosse trattato semplicemente delle loro piccole vendette? Che cosa sono essi? Due zeri, senza una cifra avanti, n pi n meno di due zeri. La loro rabbia sarebbe stata impotente, avrebbero potuto colpire alle spalle, assoldare un farabutto, assassinare il conte di Santa Laura; ma preparare alla giustizia un errore giudiziario in cui ella dovr cadere come la volpe cpita nella trappola, questo n Stefania n Fonteschiavi avrebbero mai osato neppure d'immaginare. Il duca di Fonteschiavi e l'avventuriera Stefania, i due zeri, hanno trovato la loro cifra in me. Se Santa Laura  cacciato in prigione, non  stato gi per offrire un divertimento alla marchesa Novalger, ma per dare un gran dolore al vecchio Marcompi; se la giustizia dei rivoluzionari colpisce un nome illustre, se lo bolla con un marchio infame,  per vendicare i torti del principe della Rocaria... verso Andrea. Prova ne sia che Fonteschiavi non sposer Guendalina. Prova ne sia che Guendalina sar chiusa in un convento, volente o no, col tuo permesso o no.
- Ma tu mi sfidi.
- S.
Ci fu una lunga pausa di pochi secondi: in quei pochi secondi, donna Vittoria misur tutta l'altezza dell'abisso nel quale quell'uomo inesplicabile l'aveva gittata.
- Ti sfido, e ti consiglio di non batterti con me: ti batteresti contro l'ignoto, ti batteresti bendata, contro un nemico che ha l'occhio della lince. La sorte di Guendalina, o, se pi ti pare, la sorte dei suoi milioni  decisa da un pezzo. Io sono l'agente dei Marescaldi-Ravelli cugini tuoi, e il cardinale tuo cognato ne  informato.
- Informato?
- S, e preferisce logicamente una successione maschile, bench laterale, a una successione femminile, bench in linea retta. Voi resistete entrambe, vi alleate? Non importa. Guendalina non entrer nel monastero, non morr metaforicamente al mondo? Va benissimo. Si sopprimer la metafora.
- Tu oseresti?...
- Tutto.
Ci fu un lungo silenzio, in capo al quale, come se riassumesse le tetre meditazioni che la principessa aveva fatto, Kaiser domand:
- Dunque?...
- Salvami la vita della mia figliuola.
- Io la salvo, proponendole un asilo sicuro contro le tentazioni e i disinganni del mondo.
Donna Vittoria piangeva rassegnata. Erano forse le prime lagrime di quegli occhi duri e imperiosi.
...
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Capitolo 8.
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La brezza fredda e pungente di un mattino invernale, entrando nella stanza, aveva fatto abbrividire Stefania, mollemente distesa nella batista delle lenzuola. Ella aveva rialzato fino al collo la magnifica coltre di raso nerastro, velata di antico merletto ingiallito, e mormorava:
-Dottore, lei ha poca cura della mia salute.
- Non ho tempo ora di pensarci. Quando tutto sar finito, se i magistrati italiani ce lo permetteranno, potremo occuparci della vostra salute. Adesso rispondetemi senza fare altre moine. Lucy continua a essere corteggiata da quel giovinotto della polizia?
- Sempre, Dottore, sono sveglia abbastanza,  inutile di farmi pi sentire gli effetti del freddo: mi faccia il piacere di chiudere quella finestra.
Il dottore, che era venuto a sedersi accanto al letto, si alz e chiuse la finestra.
La marchesa fece uno sforzo, e vinse la sua pigrizia.
Una piccola lampada lavorata di filograna d'argento ardeva ancora languidamente: Stefania stese il suo braccio di dea pagana - che si disegnava sotto le trine della manica corta e un po' sciupacchiata dal contatto di quelle forme solide e ricche - allontan la ricascata d'una cortina dell'istesso color nerastro della coltre, e spingendo una piccola molla, spense la fiamma moribonda.
Tutta la camera era addobbata di quello stesso colore cupo e simpatico, rabescato dai ricami affumicati dal merletto antico. I raggi freddi del mattino invernale si allungavano in sottili riflessi sulle lisce convessit dell'ebano, che era il solo legno di quella strana mobilia - ma sembrava che sfuggissero la stoffa. A quell'ora, le nove, la camera di Stefania appariva arredata di masse d'ombre, amarviente foggiate, e incorniciate di linee serpentine di luce nera.
Quella bellissima bruna sapeva scegliere con un gusto diabolico i fondi dei quadri, di cui ella era la figura principale. Le lezioni pratiche avute dai pittori viennesi, quando ella era modella, la guidavano forse nella scelta.
Il dottor Kaiser era tornato a sedersi accanto al letto e aveva ripreso il suo discorso.
-  possibile che in breve siate chiamata dal giudice istruttore. Che cosa gli rispondereste se egli vi chiedesse che cosa pensate di questo mistero?
- Ma... direi nulla.
- Malissimo. La presenza di quel giovanotto nel caff dirimpetto, vi dimostra che la polizia giudiziaria non  in tutto persuasa della reit del Santa Laura, credo anzi che non ne sia persuasa affatto. Si sospetta di voi. Fortunatamente non si sospetta ancora di me, n del duca, n degli altri.
- E che dovrei dirgli allora? - chiese Stefania, diventata pallida - dovrei dirgli che io ho agito per i consigli del dottor Kaiser e del duca di Fonteschiavi?
- Peggio che mai. Sarebbe la nostra rovina, senza la vostra salvezza. Gittate i sospetti del furto sopra chiunque, ma difendete generosamente il conte di Santa Laura dall'accusa infamante per cui  in prigione.
- La giustizia non potrebbe esser messa sulla via da questa verit parziale?
- Rassicuratevi, Stefania; quando la polizia rasenta la verit, non la raggiunge pi: le parallele non s'incontrano. E con questo, basta, vi ho gi spiegato molto pi che non fosse necessario.
Stefania tacque per un momento: ma, non potendo frenarsi, esclam infine, come parlasse a s stessa:
- Paolo Emilio sar salvo.
- S, infatti, sarebbe salvo, se non ci fosse la flagranza: Paolo Marcompi non sa che rispondere.
- E se si scoprisse tutto com' veramente? - insisteva Stefania - se mi arrestassero? - E tremava come una foglia a questo pensiero, e ripeteva:
- Oh s, lo prevedo, mi arresteranno, mi arresteranno.
- E dopo voi arresteranno anche il dottor Kaiser, e dopo il dottor Kaiser il duca di Fonteschiavi, e dopo Fonteschiavi arresteranno il papa e tutto il sacro collegio. - Il dottore rideva. - Mi credete cos imprudente da fidarmi di voi ed esporvi alla prova di una accusa? Il secondo giorno voi vi confessereste al giudice istruttore e sarebbe finita. Dunque, badiamo, non voglio sciocchezze. Quando sarete chiamata dal giudice istruttore, andrete immediatamente.
Stefania faceva cenno di no, con la bella testa rovesciata sull'origliere; sul collo bianco una ciocca di capelli ripeteva i movimenti di quella testa, e tutto il corpo si vedeva sotto le coltri agitarsi come per dire ancora: no, no, no!
Il dottore la guard con occhio minaccioso. In quello stesso momento entr Lucy, con una carta tra le mani.
Era l'invito del giudice istruttore, cavaliere Montera, a recarsi nel suo ufficio.
Stefania, che era divenuta bianca come un cencio quando il dottor Kaiser aveva accennato a questo possibile invito del giudice istruttore, nel momento che lesse la carta portata da Lucy ruppe in uno scroscio di pianto improvviso, violento, convulso. Il dottore rimase stupito: per la prima volta forse in vita sua i due archi delle sue sopracciglia avevano preso il sesto della sorpresa.
- Ma che cosa hai, donna... imbecille?
Un'occasione di curiose osservazioni sarebbe stata per chi avesse conosciuto il mistero della patria del dottor Kaiser, il vederlo sbalordito per quella crisi e il sentire che egli non smetteva, nemmeno in quel momento d'impazienza, l'accento nordico che usava con tutti, tranne la principessa Marescalchi. Chi sa che anche quell'impazienza non fosse simulata? Per quell'uomo non era possibile stabilire i confini tra il vero e il falso: dove arrivava in lui l'espressione di un sentimento, dove cominciava la finzione?
Stefania non faceva nessuna di queste riflessioni: piangeva. E il largo seno, sotto le diafane trine della camicia, si sollevava e si abbassava affannosamente, mentre un singhiozzo straziante le saliva per la gola bianca e portava ai suoi occhi lagrime brucianti, che le rigavano di rosso le gote.
- Ma, Stefania, voi impazzite? - riprese pi calmo il dottore, - il giudice istruttore avrebbe gi dovuto sentirvi prima; vi spaventa che egli venga a chiedervi delle spiegazioni sul delitto?
- Quel delitto.... l'abbiamo commesso noi, dottore.
- Benissimo: ci occorre perci maggior calma e maggior circospezione che se lo avesse commesso il conte di Santa Laura!
- Ma questa calma io non l'ho pi: ho perduto la mia pace. Io non posso pi chiuder gli occhi, senza che mi si pari davanti una prigione con le inferriate, un carceriere con le chiavi, e, disteso sul pagliericcio, un giovane coi capelli spettinati, incolti, l'occhio torvo, disperato.. E qualcuno l, nelle tenebre del mio sogno, mi dice, dal fondo di abissi sconosciuti: - Sei tu che hai fatto un infelice di quest'uomo, una tua parola basterebbe ad aprirgli quelle porte pesanti..... e tu non vuoi dirla quella parola, e tu hai distrutto in pochi giorni venti anni di quella vita: tu sei la pi crudele, vigliacca e perfida creatura che ci sia mai stata.
- D'accordo, d'accordo - rispose il dottore - e poi....
- E poi, quella prigione, quella inferriata, quelle chiavi, quei carcerieri, quel suo volto nobile, affranto sotto il peso di dolori inenarrabili...
- Sicuro: proprio come a teatro. Stefania, finiamola: ricordatevi che l'invito  per le nove e mezzo. Il giudice istruttore non  un innamorato, che possa attendere...
Kaiser tagli la frase, come per seguire una nuova idea, e rimase assorto per alcuni secondi, mentre Stefania continuava:
- Qualche volta mi pare che in quella prigione, distesa su quel pagliericcio, ci sia una donna che si strappi i capelli, che morda quei sudici drappi, che gridi: - No, fatemi uscire, io soffro, mi manca l'aria, soffoco... - e un gelido orrore mi comprende tutta, perch mi avveggo che quella donna che grida, quella donna cui manca il respiro, sono io, io, la calunniatrice, colpita dalla giustizia degli uomini....
- E di Dio - fin ironicamente il dottore. - Ora che vi siete sfogata abbastanza a dire tutte le sciocchezze che vi sono passate pel capo, state zitta, e sentite il parere del dottore sulla vostra malattia.
La marchesa, che era andata gradatamente calmandosi, respinse i capelli che le erano discesi sulla fronte e si asciug con un attuccio infantile gli occhi a un lembo della magnifica coltre.
- Voi siete ammalata, Stefania, d'una malattia che si chiama la paura, complicata con quello strano sentimento che provate per Paolo Emilio Marcompi. La paura vi fa avere dei rimorsi, vi commuove per la sorte del conte di Santa Laura, che voi amate di un amore freddo, fatto di calcoli, di gelosia e di odio. Santa Laura aveva fatto brillare davanti ai vostri occhi un avvenire incredibile: appunto perci voi ci avete creduto. Voi eravate per sempre Nanna, la scapigliata monella di via Flaminia, e, mentre adoravate il conte di Santa Laura, lo tradiste per un qualunque zerbinotto. Paolo, che era gi pentito delle promesse che vi aveva fatte, vi colse entrambi, volt le spalle e si consol con l'amore casto, sereno, di una giovinetta nobile, pura, che era la vostra antitesi. Il torto, la colpa era vostra, ma voi cercaste di vendicarvi. Insensibilmente, a poco a poco, l'amore, l'adorazione pel Santa Laura si mut in quell'altro sentimento: volevate vendicarvi sopra di lui dei vostri tradimenti. Io vi ho aiutata; Paolo Emilio  in prigione per la ragione stessa per cui pu andarci un bellimbusto da osteria diffamato. Il successo vi ha fatto perdere la testa, che pure sapeste conservare a Villa Pamphily - e me ne congratulo con voi - fra le braccia del vostro antico amante: voi avete paura.
-  vero - rispose Stefania -  vero, ho paura.
E il volto lo diceva anche pi delle sue parole.
- Ora, che vi ho fatto la storia e la diagnosi della vostra malattia, eccovi il rimedio.
Kaiser prese una piccola spra ovale di acciaio brunito, incorniciata di argento, e l'appress al volto lacrimoso ma sempre incantevole di Stefania.
- Miratevi. Il rimedio per il vostro male  l. Quel volto non si china davanti a un magistrato, ancora giovane, come il cavaliere Montera: sorridete del vostro sorriso pi lascivo, e il magistrato sar costretto a chinare lui la sua fronte dinanzi a voi. Egli perder la sua tranquillit, quando voi gli risponderete con le pi sensuali inflessioni della vostra voce: parlate, parlate molto del vostro amore con Paolo Emilio di Santa Laura e descrivetelo arditamente. Ma, guardatevi dunque nello specchio, guardatevi, e ditemi se avete paura ancora!
Stefania sorrise. Ella stessa sentiva tutta la potenza dell'immagine che lo specchio le rimandava, sentiva ella stessa l'influenza di quelle linee pure ed eleganti, di quel pallore ricco e forte che narrava una lunga storia di amori volgari, sublimi, ardenti, disperati, folleggianti, di un anno, di un giorno, di un'ora! Quanti labbri avevano baciato quelle labbra, quanti occhi si erano mirati in quegli occhi, quante mani frementi si erano posate su quel collo, lacerando impazienti gl'invidi veli! Stefania si vedeva bellissima, si ammirava, si sorrideva; s, era l il rimedio, ella si sentiva una nuova energia nelle vene, nei nervi; le lagrime che le avevano arrossato le guance erano gi scomparse, e le loro tracce sparivano rapidamente. Un po' di acqua e tutto sarebbe finito. Andrebbe certamente.
Come doveva vestirsi?
Il dottor Kaiser, dopo aver riportato la sua difficile vittoria contro la paura invincibile di Stefania, si era rimesso a sedere.
- Stefania, l'ora passa.
Stefania son il campanello.
Prima che Lucy entrasse nella stanza, il dottore disse alla marchesa:
- Non dimenticate di dire al giudice istruttore che il dottor Kaiser viene ogni giorno a farvi grandi promesse per parte del principe della Rocaria, purch voi acconsentiate a scolpare suo figlio.
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Capitolo 9.
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Erano le cinque e mezzo di mattina. Il cavalier Montera si faceva la barba, guardando in uno specchietto mobile sospeso alla finestra, se le sue pallide e smunte sembianze fossero ancora arrivate a quella dicevole levigatezza di pelle che in un magistrato deve rappresentare la purezza delle intenzioni e il candore immacolato d'una incorruttibile coscienza.
Quando il cavalier Montera ebbe terminato le cure preliminari della sua teletta mattutina, si nascose in una larga veste da camera ovattata, apr la porta del suo studio, nel quale la luce incerta dell'alba danzava fra gli scartafacci, e s'inoltr verso la tavola dove una cartella aperta l'invitava a continuare le ricerche interrotte la sera avanti.
Il cavalier Montera, per, non sed alla sua tavola; guard la cartella con un certo malumore, apr le imposte della finestra, abbrivid all'aria fresca e lasci che il suo sguardo errasse per il cortile.
La casa si svegliava. I servi dei tre piani, le serve degli altri due erano gi in giro; si spazzava, si batteva qualche cosa a tutte le finestre. Uno studente, che abitava in un terrazzino coperto all'altezza d'un sesto piano, si era affacciato al suo largo finestrone e fumava una pipa, le cui acri esalazioni giungevano sino al terzo piano del cavaliere.
Le finestre della contessa Pompei erano le sole che fossero ancora totalmente chiuse, anche in quella parte che era sotto il dominio della servit.
- Sfido io - disse il cavaliere - saranno andati a letto un'ora fa!
Dopo questo sguardo sintetico a tutti i piani, a tutti gli appartamenti della casa, il magistrato rinchiuse le imposte e si deliber finalmente ad avvicinarsi alla terribile cartella, e mettersi a lavorare.
Pure trov modo di perdere prima qualche altro minuto, sonando il campanello e ordinando al suo cameriere di non far passare nessuno.
Egli provava una grande ripugnanza nel mettersi a rimescolare le carte di quel giuoco strano, al quale egli perdeva da due giorni tempo, tranquillit e salute.
Si trattava dell'onore di una grande famiglia, si trattava di una questione di giustizia. Egli si era lasciato indurre dal principe della Rocaria a conservare il segreto su quell'inverosimile accusa che aveva colpito il conte di Santa Laura: ma non era del nome dei Marcompi non era d'un blasone macchiato, che il pallido e magro Montera si preoccupava: no, niente affatto: egli aveva promesso, mantenuto il silenzio, l'aveva fatto promettere e mantenere alla questura e ai suoi agenti, perch credeva assolutamente necessario alla scoperta della verit il mistero.
Il cavalier Montera frug nella cartella e prese un giornale, nel quale, incorniciata da quattro tratti di lapis turchino, era la nota di cronaca che narrava la scena del veglione col titolo: Un dramma all'Alhambra.
"Il dramma che ha avuto ieri sera il suo scioglimento sul limitare dell'Alhambra  incominciato alcuni anni fa nella povera casa d'una onesta famiglia romana.
"Erano sei mesi appena dal matrimonio di una bruna Ebe trasteverina e di un gigantesco popolano dei Monti, quando incominci a bazzicare nella loro casa un giovane paino dall'occhio magneticamente nero, dalle parole melate, dal sorriso ingannatore.
"Il marito provava una certa simpatia per questo don Giovanni da strapazzo, per questo Lantier del romanzo zoliano. Come Coupeau, egli aveva conosciuto all'osteria il demone tentatore della sua avvenente donnina; come Coupeau, egli s'era lasciato ingannare dalle piacevoli maniere, e l'aveva condotto a casa, presentato e raccomandato a sua moglie: quel giovane doveva essere per lei un altro s stesso.
"La moglie l'obbed. L'obbed a tal segno, che l'altro s stesso, da copia pass a originale. E un giorno il marito si avvide che non bisogna mai fidarsi dei bei giovani conosciuti all'osteria.
"Che cosa fare?
"Mentre il poveromo risolveva, i due, messi in sospetto di qualche cosa, presero il volo e non si rividero pi.
"Che vita hanno vissuto?
"Nessuno pu dirlo.
"Fino a quali turpitudini  discesa quell'associazione di due amanti, giovani, belli, senza un soldo, che volevano a ogni costo amare e divertirsi e vestir bene? Il loro adultero amore ha dovuto fare grandi transazioni con la vergogna?
" inutile l'investigarlo.
"Ieri sera il marito, il quale aveva saputo che quella donna e il suo drudo sarebbero venuti al veglione, si  mascherato da pulcinella, ha fatto ridere co' suoi motti, mentre aveva la morte nel cuore. Quando, finalmente, li ha visti venire, si  avvicinato e ha susurrato qualche parola all'orecchio del suo ex-amico.
"L'amante di sua moglie lo ha riconosciuto, ha fatto cenno di adesione col capo, e gli ha risposto in modo che ella non potesse sentire:
"- Aspettami fra un quarto d'ora sulla porta del teatro.
"Quella sciagurata intanto sorrideva, ignorando quale sorte fosse serbata all'uomo che ella amava.
"Questi la riaccompagn a casa in fretta e poi torn al veglione.
"Prima d'entrare incontr l'uomo da lui offeso, che, smettendo di far ridere i circostanti, si scagli contro di lui, lo atterr e si vendic calpestandolo come un verme.
"Le guardie giunsero in tempo per salvar dalla morte il Don Giovanni: ma non per arrestare il marito. Il Don Giovanni aveva messo fuori un coltello di cui il suo avversario non gli di tempo di servirsi."
Il cavaliere Montera sorrise. Quel romanzo in iscorcio, fabbricato dalla fantasia del cronista sulle voci raccolte alla porta dell'Alhambra, era proprio quello che occorreva all'istruzione per procedere con calma e con mistero nelle sue investigazioni. A farlo apposta, il cronista non avrebbe potuto servir meglio la causa della giustizia.
Quel Marcompi, diventato un bellimbusto da bettola, sviava tutte le supposizioni: tanto pi che un altro giornale, in cui si faceva la rubrica High-life, aveva annunziato che il conte di Santa Laura era partito improvvisamente da Roma per Pietroburgo. Quest'altra nota era stata suggerita da un'indiscrezione volontaria - il giudice lo sapeva - del principe della Rocaria, che aveva voluto cos sviare i sospetti e i commenti di un'assenza improvvisa.
La questura, per consiglio del cavaliere Montera, si era ben guardata di smentire le due storielle della partenza e del dramma all'Alhambra.
- Riassumendo dunque - diceva fra s il giudice d'istruzione - abbiamo un fatto inverosimile, impossibile a essere spiegato, se non in una sola guisa: l'ultimo dei Marcompi  l'ultimo degli uomini.
Come un monsieur Alphonse qualunque, egli ha rubato a una cortigiana, che era stata sua amante, gioielli di gran valore, fingendo di essere pentito di averla abbandonata.
Una perquisizione fatta nell'appartamento del conte ha dimostrato che egli, quella stessa mattina, aveva chiesto all'ebreo Segretario una somma presso a poco eguale al valore degli orecchini che una lettera da Londra gli ricordava un debito di ottomila lire, che un'altra donna gliene chiedeva due mila, che egli, non avendo potuto ottenere da Isacco Segretario il danaro, aveva scritto un biglietto, non recapitato a suo padre per una dimenticanza del cameriere...
Del resto, rimanevano ancora molti dubbi, che potevano diventare prove e ragioni a favore del conte.
- Il conte di Santa Laura  figlio di un padre avaro, ma ricchissimo: per quanto un padre sia avaro, quando  ricco, il figlio non si spinge mai al furto; il principe della Rocaria ha spesso e volentieri riparato alle follie del cuore. Ho prese tutte le informazioni che ho potuto. Al circolo il conte giocava raramente, e pagava puntualmente. Le duemila lire domandategli dall'Ersilia, le ottomila del costruttore di carrozze non bastano a mettere in impaccio un principe romano, che, oltre il blasone, ha ancora un gran palagio, e una infinit di ville sulle cui porte quel blasone  scolpito.
La lettera che egli rivolse quella mattina stessa all'ebreo prova che egli aveva bisogno urgente di danaro: ma, pi tardi, questo bisogno dev'essere cessato, perch egli non  pi tornato a casa per sapere la risposta del padre al suo biglietto. Aveva trovato il denaro? Aveva commesso il furto prima di sapere quella risposta?
 assurdo. Perch Nanna aveva messi in tasca gli orecchini prima d'invitare il conte a salire nella sua carrozza? Ecco il nodo da sciogliere. Invece di perdere il tempo in ricerche, per ora difficilissime, sul paggio e sul pulcinella, bisogna cominciare dallo studiare la vita, le abitudini, le relazioni di questa derubata, che mi pare meno vittima di quello che sembri a prima vista. Nella sua denunzia ella aveva taciuto questa circostanza; perch dare una denunzia di furto, quando era pi naturale di far stampare un manifestino di Mancia generosa o competente?
Tutte queste e le altre incertezze tormentavano il povero cavaliere, il cui lavoro si riduceva da qualche giorno a una sterile fantasticheria che lo faceva arrabbiare.
Il cameriere, con sua grande meraviglia, ogni volta che s'era destato, durante la notte, aveva visto un filo di luce, che, passando sotto la porta dello studio, giungeva sino al suo stanzino: ed entrato, al mattino, nella camera del cavaliere, s'era assicurato che il letto non era stato disfatto. Il buon diavolo aveva esclamato:
- C' per aria qualcosa di grosso. Il signor cavaliere, da quando io sto con lui, non ha mai dormito meno di cinque ore.
Ed era vero; perch il cavalier Montera, come tutti i lavoratori assidui e regolati, non usava di sciuparsi in veglie o in eccessi di lavoro, che spesso consumano inutilmente, in una notte, le forze occorrenti alle occupazioni proficue di una settimana.
Perch dunque non aveva dormito quella notte? Si era lasciato vincere dalla febbre che i problemi accendono nelle vene degli uomini che vogliono trovare a ogni costo una soluzione?
No: il cavalier Montera non aveva trovato, non aveva cercato nulla nella sua mente: aveva riletto le note da lui raccolte nella cartella, dalle quali nessuna idea, nessun principio di soluzione era scaturito. Uno sterile insonnio lo aveva inchiodato alla tavola, con gli occhi semichiusi in una dormiveglia affannosa per la quale non gli riusciva n di pensare, n di raccogliersi, n di risolversi ad andare a letto.
Prima che spuntasse l'alba, egli s'era vestito con la cura minuziosa di chi vuol ingannare il tempo.
Egli aveva bisogno di veder il giorno, perch voleva prendere un'energica risoluzione, sottrarre questo processo alle lungaggini inconcludenti. Se il conte di Santa Laura era colpevole, peggio per lui, per il suo stemma, per la sua famiglia. Perch crearsi difficolt immaginarie innanzi a un fatto cos semplice? Un ladro nega sempre,  cosa vecchia e volgare. Perch questo ladro  milionario, bisogna negare l'evidenza? Un momento di follia l'ha perduto.
Ci pensi chi deve pronunziare la sentenza; il giudice d'istruzione non deve far altro che indagare. Quali altre indagini restano a fare, quando da un lato si ha una denunzia di furto, e dall'altro un ladro con l'oggetto rubato in tasca?
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Capitolo 10.
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Stefania si present all'ora indicata all'ufficio del giudice istruttore.
Vestita di nero come nel giorno fatale che aveva rapito il conte di Santa Laura e nel silenzio della villa Pamphily gli aveva fatto dimenticare Guendalina, all'ombra del cappello che le sfumava il viso con una certa audacia di chiaroscuri a pastello, ella era seduta sull'orlo di una vecchia poltrona e il suo corpo si stendeva in una lunga e sinuosa linea scultoria, che la snudava. Quella posa disinvolta, confidenziale, ella l'aveva trovata subito, entrando in quell'ufficio, dove anche la gente onesta si sente a disagio. La vecchia poltrona su cui s'erano abbandonati forse tanti malfattori, dopo aver fatta una confessione che significava la galera e il patibolo: quella vecchia poltrona non le aveva fatto provare nessun ribrezzo; forse anzi le aveva perdonato la sua durezza per l'ospitalit che la sua vecchia tela incerata aveva dato a tanti delitti, a tante infamie. E, incrociando le gambe, aveva rialzato con civetteria un lembo della veste col piedino agitato da un tremolo procace e beffardo.
Il cavalier Montera, nel raccogliere un tagliacarte caduto sotto la tavola, aveva visto quella punta nera lucida e irrequieta, e il suo scarno e pallido volto si era colorato di un rosso molto vivo. Il sorriso di Stefania, un sorriso a labbra strette, quasi pronte a scoccar baci, metteva addosso delle pazze voglie di sentirsi sfiorare da quelle labbra; gli occhi socchiusi, quasi strizzati continuamente, si aprivano a un tratto e lampeggiavano dolcemente, come se ella stessa fosse presa da desiderii irresistibili. Tratto tratto ella schiudeva la bocca e si prendeva, con una smorfietta di gattino, un infinitesimo della lingua rosea tra i denti bianchi, d'una bianchezza cerulea di madreperla.
Confuso alquanto da quella vista, il cavalier Montera cominci l'interrogatorio.
Egli le domand quali fossero le sue relazioni col conte Paolo Emilio Marcompi di Santa Laura.
- Io l'amavo, io l'amo, quell'uomo che non mi cura - cos diceva Stefania - io sono stata per lui un balocco, un ninnolo del quale  ora annoiato. La mia giovent  troncata; la mia vita  tormentata dalle memorie di quei giorni lontani, nei quali egli mi amava e restava lunghe ore con la testa sulle mie ginocchia, perduto nell'estasi molle dei sensi e del cuore. Ma la sua estasi  finita; pigro e indolente, egli ha avuto paura di amare e di essere amato cos ardentemente... Adesso io potrei vendicarmi, accusandolo, cercando di aggravare la sua condizione davanti a un magistrato che va raccogliendo le prove del suo delitto o della sua innocenza. Ebbene, io non posso dire al magistrato che egli  colpevole: quell'accusa  inverosimile, non perch il conte di Santa Laura sia ricco, ma perch Paolo Emilio Marcompi  onesto e, pi che onesto, altero. Se il suo onore fosse stato seriamente impegnato, se egli avesse avuto un assoluto bisogno di denaro e non avesse potuto trovarne, Paolo si sarebbe ucciso.
L'accento di Stefania era sincero: pareva che quell'affermare l'innocenza del conte la sollevasse.
La voce del magistrato interruppe il panegirico di Stefania.
- E lei dunque, signora, crede che l'autore del furto?
- Io non credo nulla.
- Quali furono le sue relazioni a Vienna col conte Ponowscki? - chiese a un tratto il giudice.
- ...Io le debbo tutta la verit. Il conte Ponowscki non  stato mio amante,  stato il mio alleato in una specie d'impresa di raccomandazioni... Io sono un'abbietta creatura, ma ci che m'indusse a fare il conte Ponowscki  al disotto di ogni abbiezione. L'amore di quel potente personaggio per me, noi lo abbiamo sfruttato....
- Basta, signora.... non ignoro questi particolari.
La voce del giudice pareva sempre pi turbata.
Il giudice continuava:
- Dove si trova ora il conte Ponowscki?
- L'ho perduto di vista.
- Ma non ignorer che via prese, quando fu obbligata a lasciar Vienna?
- Allora? And... in America.
Se l'intonazione delle domande del cavaliere era quella di un uomo infastidito del suo strano dovere d'essere indiscreto, le risposte di Stefania dicevano chiaramente che ella cominciava a perdere quella padronanza di s stessa che l'aveva assistita sino allora.
- Le fa pena il ricordo del conte Ponowscki? - L'accento di quest'ultima interrogazione era molto aspro: pareva che il giudice vi mettesse qualcosa di personale.
- S, - rispose la marchesa. - Signor giudice, lei  stato cos buono verso di me, che...
Il giudice fu costretto a fingere di scrivere qualche cosa sopra un foglio, per non dire una grossa sciocchezza.
Rimasero in silenzio.
Finalmente, il cavaliere si risolse a levarsi e a dire con voce rauca per la commozione:
- Signora, la ringrazio degli schiarimenti che ha dato alla giustizia e avr il piacere di rivederla... per altre informazioni.
Stefania e il principe della Rocaria s'incontrarono nel corridoio. Stefania abbass gli occhi.
Il cavalier Montera diede al principe della Rocaria buone speranze. Il vecchio patrizio torn a casa, non dir consolato, ma almeno rassegnato ad aspettare che le speranze del giudice istruttore si avverassero. Finalmente il giudice chiam il brigadiere, e si rimise al suo lavoro con una volutt che non aveva mai provato. Tutta quella carta piena di sgorbi, di ghirigori, dagli orli intonsi, che era accumulata sulla sua tavola, lo chiamava a s con certe moine di amante tradita: il cavalier Montera la sentiva fremere sotto le sue mani umidicce d'un sudore che gli si agghiacciava sui polpastrelli. Scrisse per pi di un'ora, febbrilmente, come un poeta che scriva sotto la dettatura della Musa; quand'ebbe finito, si accorse di aver perduto il suo tempo; aveva rifatto un lavoro gi fatto da lui tre o quattro giorni prima.
Non s'irrit con s stesso. Aveva egli scritto veramente per far questo o quello? Gli  che ora non poteva pi ricominciare a scrivere, e qui era il male. Da quella carta, da quella tavola partiva un profumo strano, di cui non si era accorto prima: un profumo che non aveva nulla che fare coll'odore acre e burocratico dell'inchiostro e della ruvida carta legale. Perch ella aveva lasciato quel profumo? Era una bella impertinenza venire davanti a un giudice tutta cosparsa di quelle essenze che salgono alla testa e turbano la serenit dello spirito. Non l'avrebbe fatta tornare pi, o le avrebbe scritto nell'invito di venire senza profumi.
Involontariamente si mise a ridere egli stesso di quest'ultima idea: gli parve di aver sotto gli occhi il biglietto d'invito con quella strana raccomandazione in fine, e immagin tutte le sciocchezze che avrebbero detto, leggendolo, i patiti della marchesa: questa storiella di un giudice nemico dei profumi avrebbe fatto il giro dei salotti, dei circoli, dei caff, sarebbe arrivata sino ai giornali, che l'avrebbero infiorata di tutti le frasi stereotipate del loro repertorio canzonatorio....
- Perch sto pensando a tante scempiaggini? - si chiese alla fine, e apr la finestra. L'aria fredda e pungente e un panorama di tetti, comignoli o ciminiere lo calmarono alquanto.
Tornato a casa, il giudice, stanco della veglia della notte precedente e della strana giornata che aveva passata, non si era appena seduto alla scrivania, che chiuse gli occhi, pieg la testa sulle braccia incrociate sulla tavola e si addorment profondamente, di quel sonno invincibile che ci coglie dovunque, all'improvviso, senza dare il tempo di difenderci, di quel sonno le cui ore non si contano e che finisce a un tratto bruscamente come  incominciato.
Quando il cavaliere si svegli, vide che la pendola segnava le tre e mezzo; dietro il candore opaco del globo smerigliato il lume mandava una mezza luce rossastra di carbone.
Il giudice si sentiva calmo, tranquillo; quel sonno lo aveva rinfrancato: adesso poteva lavorare comodamente fino al mattino. Si alz per sgranchirsi, e cominci a passeggiare in lungo e in largo per lo studio. La notte era bella: la luna rischiarava il cortile; in tutti i piani del gran casamento si dormiva; due sole finestre erano illuminate - quella donde egli guardava a traverso i cristalli, e un'altra al primo piano di rincontro, nell'appartamento della contessa Pompei e delle sue figlie.
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Capitolo 11.
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Il cavaliere Montera non si maravigli punto di veder il lume a quell'ora in casa delle signore del primo piano: la sua meraviglia fu invece di non veder illuminato altro che un solo salottino. Come mai non ci era la solita gazzarra in casa della contessa? Quale disastro aveva impedito alla signora contessa colle sue belle figlie di far ai loro ospiti notturni gli onori di casa?
Mentre il giudice esercitava questa piccola inquisizione privata dalla sua finestra, si sent una voce fresca e giovanile, la voce della signorina Ada, l'ultima figliuola della contessa: la voce in tono minaccioso esclamava:
- Io gli dir tutto!
Immediatamente una mano di donna chiuse gli scurini della finestra; il giudice intese uno sbattere di porte, poi pi nulla.
- Dev'essere una baruffa domestica - pens il cavalier Montera.
Il giudice istruttore aveva indovinato, esclamando cos a caso:
- Ci dev'essere una baruffa domestica in casa della contessa Pompei.
C'era infatti una baruffa, qualche cosa pi di una baruffa, c'era la guerra domestica, vale a dire peggio che la guerra civile.
La mattina la contessa aveva ricevuto questa lettera da Parigi:
"Cara madre,
"Stanco della vita di Yeddo, ho pensato di farti una sorpresa; ma, giunto qui a Parigi, non ho saputo resistere pi al piacere di annunziarti la mia venuta.
"Parto questa sera col pi vivo desiderio di presto abbracciare te, Arabella e Ada, dopo una lontananza di cinque anni.
"Il tuo figlio che ti adora
"ADOLFO".
Questa lettera, che in un'altra casa sarebbe stato un vero programma di festa, in casa della contessa Pompei fece l'effetto dell'annunzio di una sventura. La contessa, che a quarantacinque anni aveva saputo conservare lo splendore della epidermide bianca e degli occhi neri, evitando sempre i fastidi e i dolori che invecchiano, nel leggere la lettera di Adolfo vers lagrime di rabbia che le velarono un po' il fuoco delle pupille e segnarono delle righe indiscrete sul finissimo strato di polvere, che dava al suo volto una giovent artificiale. Arabella, la primogenita, imit nel dolore sua madre.
Solo Ada, la strana fanciulla, che il mondo giudicava tanto severamente, non mostr di partecipare ai sentimenti snaturati della sua famiglia. Ella volse uno sguardo di rimprovero alla madre, alla sorella, poi si raccolse un po' in s stessa, e disse lentamente tre sole parole:
- Giunge troppo tardi!
La contessa e la signorina Arabella non posero mente a quell'esclamazione di Ada, perch madre e sorella credevano, come molti altri, che quella ragazza ne avesse un ramo.
- Una stupida che ha talvolta un po' di spirito, e spesso molta malignit; - ecco la definizione che davano i pi di questa fanciulla ammirata da tutti per la sua straordinaria bellezza.
La storia della famiglia Pompei era molto curiosa, e per anni e anni gli avventori del caff di Roma se l'erano raccontata dieci volte il giorno, almeno.
La contessa Luisa era rimasta vedova a trent'anni: il conte si era ammazzato una notte che perd al giuoco ottantamila lire. L'amico che gliele aveva vinte, e il conte non ne aveva mai avuto alcun sospetto, era appunto l'amante della contessa. Le ottantamila lire del suicida tornarono in casa per questa via, che il defunto non avrebbe certo immaginato.
La contessa aveva tre figli: Arabella, la primogenita, Ada, l'ultima, e fra queste due fanciulle, Adolfo, il giovanotto che annunziava ora il suo importuno ritorno dal Giappone. Quando furono finite, e finirono presto le ottanta mila lire, la contessa si avvide che il conte, buonanima sua, s'era ucciso s, e in questo non c'era niente da rimproverargli, ma in compenso, dopo aver pagato il suo debito, non aveva lasciato un centesimo. Il marchese Y***, che pure aveva acconsentito a dividere colla vedova il danaro del defunto, non volle rimettercene del proprio e piant l la contessa.
Allora questa figliuola di patrizi, questa moglie di patrizio, questa madre di patrizi, si trov costretta a fare delle transazioni. Cominci prima col ricevere il duca di Massa-Coliberti, qualche volta anche durante le ore consacrate al sonno: poi, per preghiera stessa del signore di Massa-Coliberti, ne ricev molti altri, poi tutti quelli che volevano andarci. Il primo piano sul mezzanino divenne in breve una vera bisca, dove si giocava, se non altro, sino alla mattina. La contessa Pompei non fu pi salutata dalle signore, ma fu in compenso corteggiata molto al Pincio, all'Apollo, a Villa Borghese e durante la messa al Ges, dai pi eleganti giovanotti e dai vecchi e pi ricchi peccatori. Arabella coadiuv la madre, con rara e precoce intelligenza della parte che la contessa le aveva assegnato. Ada, ancora giovinetta e candida, uscendo da un educandato, donde fu rinviata alla madre appunto per gli scandali della sua famiglia, si trov a un tratto in questo ambiente e respir con gran disgusto quell'aria di nauseante corruzione che circolava per le sale di casa Pompei.
Arabella e sua madre le facevano discorsi molto strani: la colmavano di carezze, cercavano d'indovinare i suoi desiderii, la mostravano agli invitati con orgoglio, come un'artista vanitosa che dicesse:
- Vedete questa statua? l'ho fatta io. Vi avverto che coster molto cara.
Un bel giorno tutte e due, madre e sorella, la chiamarono a parte e le parlarono a lungo del principe Nogoroff, il quale era giovane, bello, erede di una famiglia che avea posseduto delle migliaia di villaggi, e, secondo le due donne, amava ardentemente lei, Ada.
Bisogna sapere che sino allora Ada non era ritenuta sciocca da nessuno. Il suo aspetto malinconico e serio, la sua fronte pensosa avevano fatto credere a tutti che Ada fosse una ragazza molto intelligente e disposta a secondare con la sua ingenuit calcolata le manovre delle due astute consigliere. E le due astute consigliere avevano anche loro creduto che Ada oramai avesse compreso in che societ fosse stata balzata dal suo infelice destino.
Quale fu dunque la meraviglia della contessa e di Arabella, quando Ada, dopo averle attentamente ascoltata, rispose con tutta calma:
- Se voi credete molto utile alla nostra famiglia questo matrimonio, io sono disposta ad accettare la mano del principe Nogoroff.
Una cinica risata accolse questa sua risposta. Le due donne si scambiarono un'occhiata eloquente e decisero di secondare la pazzia di questa ragazza, che da allora fu battezzata sciocca. Il principe Nogoroff fu avvertito di trattarla come fidanzata e... dopo un mese, Ada era vedova senza essere stata maritata.
Tradita, ingannata da sua madre, da sua sorella, dall'uomo che aveva creduto suo fidanzato, ella perdeva ogni energia. Si lasci andare a un quietismo orientale, a un'indolenza di perpetua sonnambula, dalla quale la facevano uscire la contessa e Arabella quando volevano: perch docile e pieghevole, ella era capace di tutto per eseguire ci che le due donne le imponevano. Se le avessero detto di ammazzare un uomo, mentre quell'uomo le giurava amore, l'avrebbe ammazzato, spargendo poi sul suo cadavere tutte le lagrime degli occhi suoi, tutto il dolore dell'anima sua. Aveva compreso di esser sola nel mondo, di non aver alcuno che l'amasse davvero, aveva avuto paura di fuggire con un uomo che l'avrebbe poi abbandonata come il principe Nogoroff, e si era rassegnata.
Tratto tratto, per, aveva delle riscosse, che facevano tremare quelle abbiette creature di sua madre e sua sorella.  perci che avevano accreditato esse stesse la voce che fosse mezzo pazza. Era un mettersi al sicuro.
Quegli scatti improvvisi e quelle lunghe mestizie senza apparente ragione, quell'alternativa di antitesi avevano confermato la pazzia di Ada: nessuno pi ne dubitava, nessuno pi ne discuteva.
Un giorno, a Villa Borghese, mentre risaliva sulla carrozza, nel mettere il piede sul predellino, scopr involontariamente una caviglia che fece esclamare a un passante:
- Che bel piedino!
- Le piace dunque molto? - chiese Ada. L'altro, senza scomporsi:
- L'adoro.
- Che cosa farebbe lei per provare la sua adorazione?
- Lo bacerei.
- Eccola servito - rispose Ada; e con un gesto da ballerina di can-can fece fare alla punta del suo stivalino una rivista energica dei denti del bellimbusto.
Un'altra volta, si chiuse in camera per due giorni, non volle uscire, n volle aprire ad alcuno: rispondeva scherzando alla madre e alla sorella, ai duchi di Fonteschiavi e di Massa-Coliberti, agli altri amici di casa, che voleva morir di fame perch era stanca della vita. Al terzo giorno scassinarono la porta e la trovarono che piangeva genuflessa e pregava. Non volle dar ragione ad alcuno di quelle lagrime e si mise a ridere, dicendo che aveva fatto uno scherzo.
- Quella povera ragazza - si disse -  scema addirittura.
Quanto al secondogenito, Adolfo, la contessa Pompei aveva risoluto il problema col farlo stare sino a diciotto anni in un collegio di gesuiti a Londra e poi spingerlo a prender parte a una missione nel Giappone, promossa dalla compagnia di Ges. Dal giorno che Adolfo aveva compito dieci anni ed era partito per Londra, madre e figlio non si erano rivisti che una sola volta, otto giorni prima che egli s'imbarcasse per l'estremo Oriente.
Sulle prima Adolfo aveva scritto molte lettere in cui si era mostrato contentissimo del Giappone, delle sue porcellane, di quella nuova civilt che aveva trovato dove egli credeva ingenuamente che dovesse regnare la barbarie; ma poi, a poco a poco, le lettere diventarono tanto rare che, quando fu consegnato alla contessa Luisa quel viglietto in data di Parigi, che annunziava il suo ritorno, erano quindici mesi che egli non aveva mandato pi una riga.
Certe cose sono vere, eppure non si dovrebbero dire: quella madre sperava in quel lungo silenzio... Chi sa... sono cos nemici dei cristiani e degli europei, in quel paese!
La sera di quel giorno, gli invitati, cio gli avventori di quella casa, furono pregati di non venire. Quando quelle donne si trovarono tutte e tre sole per la prima volta, forse da anni e anni, la contessa e Arabella cominciarono le loro lamentazioni; Ada si lev ad un tratto dall'angolo buio dove era stata sino allora neghittosamente sdraiata - e bella, sdegnosa, senza neppur guardarle, impose loro di finirla - quello che esse facevano era nauseante.
Rammollite un po' il tipo di selvaggia bellezza di Diana cacciatrice, rammollitelo un po' in una Ebe, bruna, ardente, coi capelli pioventi copiosamente ai due lati di una scriminatura sottile, con gli occhi languidi di una almea, e voi avrete abbozzata la figura di Ada in quel momento. Una veste da camera di raso bianco, legata alla cintola da un nastro di oro - ecco tutto il suo ricchissimo e semplicissimo abito. Lo strascico le si era ravvolto intorno alle gambe e pareva come un piedistallo, da cui la linea delle forme purissime si alzava con la sveltezza, direi quasi con la rapidit di uno zampillo. Ada era una di quelle brune che non temono il bianco: il tono ardente del loro colore vuole anzi il rilievo di quel contrasto.
Al primo vedere che Ada si levava, la madre volle prender lo sdegno di lei in burletta e, quantunque non ne avesse alcuna voglia, pure ricominci a scherzare; ma l'Ada l'interruppe:
- Credo che sia venuto oramai per noi il tempo di gettare la maschera: Adolfo verr qui e vendicher l'onore della sua famiglia, mettendo alla porta questa gena che tu hai chiamato nella casa di suo padre.
Questa minaccia fu il principio di quella terribile scena, di cui il cavaliere Montera alle tre aveva sentito quell'altra frase di Ada, che era anche una minaccia:
- Io gli dir tutto!
Il giorno dopo, Adolfo arriv. Era un simpatico giovanotto, che somigliava alla sua ultima sorella, ma aveva gli occhi pi mutabili, che, volta a volta, dolci e fieri, carezzavano ed atterrivano secondo la loro espressione.
Arabella e la contessa tennero un lungo consiglio segreto, poi chiamarono Ada e le fecero un non meno lungo discorso, che fece pi volte impallidire la povera fanciulla e pi volte le fece fare dei gesti di orrore.
Alla fine di questo discorso, Ada promise di tacere.
Adolfo, gaio, spensierato, correva allegramente per le vie di Roma, che egli ignorava, da quel vero conte giapponese che era diventato. Tutto per lui era nuovo, tutto meraviglioso. Si stupiva con l'istessa ingenuit davanti a una vetrina del Corso e davanti a un arco del Colosseo.
Qualche volta Ada lo accompagnava. Prima per che uscissero di casa, ora la contessa, ora la sorella primogenita, chiamavano Ada e le dicevano alcune parole a bassa voce.
Adolfo non ci badava: credeva che le dessero qualche raccomandazione per guidare la sua inesperienza. Ada sospirava, poi si avvicinava al fratello e sorrideva.
Un giorno, sul meriggio, erano al palazzo dei Cesari. Si trovavano in una cameretta tutta a graffiti, civettuola, piena di ombre misteriose:
- Quante scene di volutt si saranno svolte in questa stanza! - disse Ada come trasognata. Adolfo la guard sbalordito.
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Capitolo 12.
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Stefania trionfava. L'effetto fulmineo della sua bellezza sui sensi addormentati del cavalier Montera le aveva ridata tutta la fiducia in s stessa, figlia dei sensi, diventata ricca e potente per i sensi, non conoscendo altre persone che quelle che vivono per i sensi e del senso. - Ella era una fervida credente di questa religione della materia; e, se avesse dovuto prestarle alcun culto esterno, si sarebbe collocata ignuda davanti uno specchio e avrebbe adorata la sua immagine.
Stefania aveva gli odii profondi, irragionevoli, implacabili della bestia battuta. Aveva il cuore aperto ai facili amori che nascono il luned, e il sabato sono seppelliti.
Aveva principalmente i capricci di una regina onnipotente della volutt, davanti a cui tutti s'inchinavano, e grandi e piccoli, e deboli e forti; i forti specialmente.
Il giorno che ricevette il bigliettino del cavalier Montera, si propose di andar al convegno del magistrato poi ci ripens, disvolle, coma usava di fare, quello che prima aveva voluto, e senza badare pi che tanto alle conseguenze d'un amore disprezzato, in un uomo che poteva vendicarsi immediatamente, conchiuse:
- Non andr dal giudice: ci servir a stimolarlo un po' pi...
Invece, pare impossibile, ci serv a calmarlo: quando la mattina, in cui egli aspettava Stefania, si trov solo nel suo studio, costretto ad arrossire davanti a s stesso - quando la vergogna dell'insuccesso l'ebbe fatto tornare in s - egli vide in un baleno tutto il terribile dramma, che per lui si sarebbe svolto, se il prologo con quella donna non fosse bruscamente troncato.
Il cavalier Montera lo tronc immediatamente. Scrisse a Stefania un viglietto, che le mand per un addetto del tribunale e non per la posta come aveva fatto per l'altro. In questo ultimo, il giudice d'istruzione pregava la signora Marianna Novalgi di tenersi a disposizione dell'autorit per tutto ci che poteva riguardare il processo dell'Alhambra: aspettasse altro avviso prima di presentarsi all'ufficio. Non una parola di saluto, non una lieve mollezza di frase: il biglietto era duro, severo, arcigno come un articolo del Codice, e d'una chiarezza che non permetteva pi alcun dubbio, alcuna interpretazione.
Il cavalier Montera respir quando l'ebbe scritto.
La prova era stata terribile: egli l'aveva superata e ne era grato a Stefania.
Tutta la lotta interna che aveva combattuta sino a quel giorno, sino a quell'ora, lo aveva turbato al segno che non aveva potuto occuparsi del processo, che in una maniera molto fiacca. Invano egli si era rimproverato questa fiacchezza, ricordando a s stesso che a lui era affidata la giustizia, l'onore di una famiglia, le speranze di un padre vecchio; invano egli aveva pensato al conte, che tutto faceva credere innocente e che intanto si consumava nel dubbio terribile, nella tremenda incertezza... Egli non aveva saputo trovar l'energia necessaria per continuare la sua opera indagatrice.
L'intervento di quella donna nella sua vita bastava a spiegar tutto. Ora, quell'immagine ammaliatrice, quella provocatrice figura di bellissima cortigiana non c'era pi.
Non aveva voluto venire: aveva fatto bene.
L'aveva salvato prima che egli avesse pronunciata una parola che lo compromettesse.
Oh! certo - egli era grato, gratissimo a quella donna...
E in prima egli di ordine che il conte di Santa Laura fosse accompagnato al suo ufficio.
Intanto che il conte di Santa Laura era condotto dalle carceri all'ufficio d'istruzione del cavalier Montera, questi, preso un foglio di carta tutta a bolli e fregi, diede le proprie dimissioni, con la mano ferma, tranquilla, di chi scrive una lettera di complimento.
- Manca la data - disse fra s il giudice d'istruzione, dopo aver firmato il foglio - la metter appena avr condotto a termine questo processo. No, io non era nato per essere giudice. Io non ho abbastanza esperienza della vita: i miei nervi sono troppo facili alle subite commozioni: i sensi che per una vita di studi io credevo assopiti, si sono ridestati come lupi famelici alla prima donna che ho incontrato sulla mia strada.  tempo che oramai...
Il giudice fu interrotto nel suo soliloquio: una mano aveva rispettosamente picchiato alla porta.
- Entrate, disse il cavalier Montera.
Ed entr un giovane pallido, con gli occhi cerchiati di livide occhiaie, con la testa inchinata sul petto, un uomo che aveva molto sofferto, che soffriva molto ancora. Era vestito elegantemente, ma senza alcuna cura. Dopo di lui erano entrati due carabinieri, che il giudice conged.
- Prego il conte di Santa Laura di sedere - disse il cavalier Montera.
Il dialogo fra questi due uomini - il giudice istruttore e il conte di Santa Laura - doveva essere e fu penoso.
Era una di quelle strane situazioni, nelle quali la legge ha ragione, ma la giustizia  fortemente sospettata di aver torto.
Ora, il cavalier Montera non era l'uomo della legge solamente; egli aveva voluto essere ed era stato in fatti, fino allora, l'uomo della giustizia; fors'anco della giustizia timida, paurosa, della giustizia che si sgomenta, pensando al pericoloso esercizio del suo potere. Questa antica disposizione del cavalier Montera, e il rimorso d'aver ceduto per un momento alle lusinghe tentatrici di Stefania, avevano reso l'animo retto del Montera tanto pi indulgente con gli altri, quanto pi era diventato severo con s medesimo.
Paolo di Santa Laura era stato colpito crudelmente dalla falsa e infame accusa; sulla fronte spensierata si era come disteso un velo di cupi pensieri. Egli ignorava che il mondo non sapesse nulla di tutta l'orribile commedia, per la quale egli appariva cos vilmente reo di un fatto criminoso che gli facea nausea.
Egli non si era ammazzato in carcere, perch sperava nella sua innocenza, perch aveva compreso che la sua morte avrebbe infamato per sempre il suo nome, il nome di Marcompi! Egli non s'era ucciso anche perch i mezzi del suicidio non sono cos facili a trovare in una prigione, quando la fredda disperazione non li abbia suggeriti nelle lunghe ore di veglia, nelle tristi meditazioni della cella.
- Che cosa ha da aggiungere alle dichiarazioni dell'ultimo interrogatorio?
- Nulla.
- Persiste nella negativa?
- Sono innocente.
- L'affermazione non basta, occorrono le prove; occorre distruggere l'evidenza.
- Io non ho mai mentito.
- Quantunque ci non mi riguardi, le far osservare che questa nuova affermazione  anch'essa arrischiata.
- Come? - chiese il conte, aggrottando le sopracciglia.
- C' una donna, che si lamenta d'una sua promessa non mantenuta.
- S, Stefania, la stessa che mi accusa di averle io rubati i diamanti.
- No, quella donna anzi cerca di scolpar lei. Parli, parli... da ogni sua parola pu uscire un raggio di luce che rischiari la via della giustizia. Se  vero che lei sia innocente, non deve risparmiare i particolari. Come s'interruppe la sua relazione con Stefania?
- Oh, sono fatti diversi tra loro: pure, se lei crede, signor giudice, le dir che un giorno, l'ultimo della mia prima relazione con Stefania, io mi sono presentato in casa sua inaspettato. La sera avanti, avevo detto di dover partire per Albano: la mattina, non so pi per quali ragioni, non partii e pensai di fare una visita a quella donna che adoravo. Lucy, la cameriera, la confidente dei nostri amori, era anch'ella uscita. Nessuno pot avvertire Stefania; apersi la porta della sua stanza e vidi lei... con un uomo. Se fosse stato un gentiluomo, avrei commesso l'errore di provocarlo; con un uomo come quello, con un mascalzone, non c'era che volgere le spalle, senza dire una parola. Cos feci. Ecco perch, una volta nella mia vita, io non ho mantenuto la mia parola.
- Vide lei che l'uomo dell'Alhambra abbia scambiata con la donna mascherata da paggio alcun segno? ud nessuna parola?
- Le ripeto quello che ho detto altre volte: io salvai quella fanciulla dalle soperchierie del pulcinella, ma non sorpresi tra loro nessun cenno, nessuna parola.
- Cos la sua libert dipende dalla scoperta di questa donna. Se questa donna si trova, se le sue dichiarazioni sono d'accordo con quelle di lei, il conte di Santa Laura pu tornarsene tranquillamente al palazzo Marcompi.
- Con la vergogna di una simile accusa!
- Nessuno - oltre i suoi intimi e suo padre - finora ha saputo nulla di questo processo.
Il conte di Santa Laura di un forte sospiro di soddisfazione.
- Grazie, signore - disse semplicemente al giudice - ma il tono di quelle parole era tutto un poema di riconoscenza.
Il cavalier Montera ne volle profittare e fece un'ultima domanda, quella a cui Paolo Emilio non aveva mai voluto dare una risposta:
- Vuol dirmi ora come pass la prima ora dopo il ritorno da Villa Pamphily? Che cosa fece quando lasci Stefania?
- Ella sa che non risponder mai a questa domanda - mormor Paolo Emilio.
Il conte di Santa Laura fu ricondotto alle prigioni.
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Capitolo 13.
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Non si  mai saputo come il duca di Fonteschiavi e Adolfo diventarono amici. Al giovane conte Pompei parve certo un caso, ma  permesso di supporre che il caso fosse stato molto aiutato dall'abilit del duca. Fonteschiavi lo iniziava a tutti i misteri della societ brillante e viziosa che egli frequentava, quantunque, per ragioni comprensibili facilmente, egli si fosse guardato bene di presentarlo nelle sale veramente aristocratiche.
Ma Adolfo era ingenuo e non sospettava di nulla. Ci che don Mario diceva, faceva o voleva, era diventato una regola, una legge per lui. Le teorie ciniche dell'allegro e spiritoso clericale sgomentavano alle volte l'allievo dei gesuiti, ma don Mario continuava imperturbabilmente il suo apostolato di corruzione. Adolfo spalancava i suoi occhioni e faceva tratto tratto delle riflessioni semplici e acute che somigliavano molto a quelle dell'Huron di Voltaire.
Un giorno parlavano dell'amore.
- I buoni padri gesuiti trattano l'amore come una cosa riprovevole, molle, che infiacchisce....
Non si capiva se il giovane Pompei dicesse per ischerzo o per davvero: il duca rispose:
- S: quando si tratta del sentimento, roba da poeti...
- Ma fuori del sentimento?..
- C' il piacere, per bacco!
- In Europa dunque si pensa dell'amore quello che se ne pensa in Asia?
- L'Asia - rispose ridendo il duca -  la culla della nostra civilt. Religione, politica, forme di governo, il pontificato, il dispotismo, la teocrazia, tutta importazione dell'Asia....
- Peccato che non sia introdotto anche l'harem! - esclam con ingenua malizia il giovanetto.
-  vero: peccato! Ma di molte cose abbiamo la cosa senza la parola, bench guasta dalla civilt. L'harem  un'istituzione che esiste fra i popoli europei, sebbene molto peggiorato. La differenza tra gli harem d'oriente e i nostri  la stessa che passa tra lo studio solitario e gelosamente custodito di un artista e una sala di esposizione. Gli harem nostri sono o pubblici addirittura, e sono i peggiori, o quasi pubblici. I migliori sono quelli quasi privati, dove poca gente pu penetrare. Se volete, vi condurr in uno di questi harem, il migliore: ci vanno solo i milionari. A ogni modo una lezione di vita pratica  utile e non  mai pagata troppo....
- Quando mi condurrete?
- Al pi presto: solo vi avverto che per evitare che la cosa si sappia e non giunga alle orecchie della contessa vostra madre, che potrebbe affliggersene, vi cambier nome. A Roma nessuno fuori di me vi conosce; la cosa non si sapr.
E poche sere dopo, infatti, si ferm davanti una casa di bello e nobile aspetto una carrozza, da cui smontarono il duca Fonteschiavi e il suo giovane amico.
L'harem a cui lo conduceva il duca di Fonteschiavi non era infatti di quelli in cui ogni facchino, che abbia uno scudo, pu diventare il sultano di mezz'ora. L'aspetto, i modi, le apparenze di quella casa, della gente che vi si trovava raccolta e vi andava, erano corrette e perfette. A Roma, bench ignorate dalla folla, che non ha abbastanza quattrini e che ha vizi pi economici, esistono due o tre case, in cui a prima vista verrebbe quasi la tentazione di accompagnare una signora e che poi si scoprono pi tardi per... harem, come diceva il duca di Fonteschiavi.
Don Mario fu accolto con molta cordialit dalla padrona di casa e dalle sue amiche. Gli amici lo salutarono famigliarmente. Adolfo fu presentato sotto il nome di marchese Giorgio Nabianca, viaggiatore.
- Badi, signorina, - disse il duca ammiccando lievemente l'occhio - che il marchese mio amico viaggia per studiare la vita e conoscere la societ; si ricordi che egli, invece di orecchi, ha un taccuino.
Adolfo era rimasto un po' sbalordito vedendo in quella stanza radunata tanta gente elegante, che si parlavano spesso e volentieri all'orecchio, si prendevano per mano, si guardavano negli occhi. Con la ferma persuasione di trovarsi fra gente come va, egli non sospettava neppure di essere stato introdotto in pieno demi-monde. Una signora, a cui egli non era stato presentato, una piccola bionda, dipinta... da frate Angelico, venne a sederglisi vicino e incominci a chiedergli con grande interesse le impressioni dei suoi viaggi: egli se la cav discretamente.
- In quale dei paesi per cui ha viaggiato, ha trovato le donne pi belle?
- Un'ora fa, signora, avrei forse potuto citare, cos a caso, questa o quella citt; adesso non posso, in coscienza, risponderle pi che in una sola maniera.
- Dica...
- A Roma.
- Pare impossibile come i viaggiatori debbano essere sempre i pi galanti...
- No, signora, essi sono semplicemente obbligati a veder giusto, se non vogliono perdere il frutto dei loro viaggi.
Dopo un'oretta circa, Fonteschiavi trasse Adolfo nel vano di una finestra, e gli domand:
- Che ve ne pare?
- Belle signore: ma sorridono un po' troppo a tutti.
- Cortesia - disse col suo sorriso il duca - pura cortesia.
- Non vi siete ancora innamorato di nessuna?
- No: ho ammirato molto quella bella figura che mi fa l'effetto di un marmo animato, di una statua con gli occhi di una gazzella.
- Poeta! volete esserle presentato? Si chiama la marchesa Stefania Novalger.
- No:  troppo imponente, e poi mi pare di malumore.
- Cercate dunque.
- Ho cercato, non ho trovato ancora.
- Signora - disse Fonteschiavi alla padrona di casa che passava - ecco un selvaggio di gusto un po' difficile. Glielo affido.
E Fonteschiavi lasci Adolfo con la signora, susurrandole mentre se ne andava: egli  ricco e ingenuo. La padrona di casa stette quasi dieci minuti a parlare con Adolfo: fu un vero colloquio all'orecchio. Adolfo diventava rosso alle parole della signora e gli occhi gli luccicavano di non so qual fuoco di desiderio.
- E verr qui?
- Domani sera.
- Il suo nome?
- Non lo sa nessuno.
- Nemmeno il duca?
- Le raccomando di non dirgli nulla, a don Mario, se vuole che non vada tutto a monte.
- Ma perch?
- Perch egli forse sarebbe preso dalla curiosit di vederla, e allora la cosa a me non converrebbe pi.
- Grazie, signora.
- Lei non ha da ringraziare che il suo simpatico aspetto, il quale far certamente un grande effetto sulla vezzosa damigella che verr domani sera.
- Ma io non vorrei vederla in queste sale, fra tante persone.
- Ella la vedr sola in una stanza all'altro capo della casa - rispose la signora sorridendo - nessuno sar presente al colloquio.
- Grazie di nuovo, signora; non occorre altro.
- Domando scusa, mio giovane signore, occorrono anche cinque mila lire.
A questa risposta, Adolfo rimase un po' sbalordito. Nella sua profonda ignoranza dei costumi europei, egli non avrebbe mai compreso l'equivoco in cui era caduto se la padrona di casa non si fosse data la pena di disingannarlo.
Egli se ne sent nauseato: ma era tardi, non aveva pi il diritto di rifiutare quella condizione dopo di avere accettate tutte le altre. Si sarebbe creduta avarizia la sua nausea; quel rifiuto venuto inaspettatamente, dopo avere tutto accettato prima, sarebbe stato interpretato male.
- Benissimo - conchiuse ad alta voce, dopo aver fatto queste riflessioni in pochi secondi - domani sera porter le cinquemila lire.
La signora fece un inchino dignitoso, e Adolfo, raggiunto don Mario, gli domand se era pronto a venir via.
- Prontissimo, figuratevi, mio caro Adolfo - disse il duca di Fonteschiavi, parlandogli a voce sommessa - mi sono annoiato come a una predica del cardinal Marescaldi.
Mentre risalivano in carrozza, don Mario diceva al conte Pompei:
- Ebbene, mio bravo Telemaco, che ve ne pare di quell'isola di Calipso?
Adolfo non rispose, si sdrai in fondo alla carrozza, accese una sigaretta, poi, a un tratto, come se si fosse ricordato di non avere risposto, esclam:
- Un serraglio di bestie mansuete.
- Siete molto crudele con... - don Mario sorrise, non fin la frase.
- Con chi?
- Con quelle signore.
- Forse avete ragione: ma, non so dirvi perch, io sono crudele solamente con le donne che non sono crudeli!
- Eppure, nel vostro Giappone.....
- Vi ripeto che nel Giappone io non ho amato mai.....
La carrozza continuava il suo itinerario per via Nazionale deserta e rischiarata dai fanali, che mandavano la loro luce cruda sul verde tenero delle acace.
- Dove andiamo? - domand Adolfo.
- Io, a piazza Colonna - rispose il duca - e voi?
- Vi accompagno.
Il fanale, davanti al quale passavano allora, rischiar sul volto del duca uno di quei dispetti che l'uomo meglio educato, pi abituato a mentire col sorriso, non riesce a nascondere.
- Ecco: vi dir - disse don Mario - che vado al Circolo delle Cacce.
- Al quale ancora non mi avete presentato.
-  vero, vi presenter. Vado al Circolo per incontrarvi un amico, il dottor Kaiser, che deve venirmi a prendere per un affare.
Adolfo non badava nemmeno a quello che diceva, lievemente sbadigliando, don Mario.
Improvvisamente egli prese il braccio del duca di Fonteschiavi, e glielo strinse nervosamente esclamando:
- Ma quella donna  canaglia!
- Chi  canaglia?
- La padrona del villino.
- Perch dite questo?
- Oh per nulla: non so proprio pi perch l'ho detto.
Gli occhi di Adolfo rilucevano, ardevano nell'ombra. Cullato dal moto della carrozza, gli ondeggiavano davanti alla mente le immagini vaporose di quelle donne che egli aveva mediocremente ammirate da vicino, ma che ricordava da lontano con ardori di asceta nel deserto.
Passavano per piazza Sciarra. Avevano fatti tre quarti della strada senza pi dire una parola.
Adolfo riaccese la sigaretta e disse al duca:
- Potreste farmi il favore di prestarmi dieci mila lire?
- Stasera no: e nemmeno diecimila domani, ma sei mila, s.
- Non vorrei chiedere denaro a mia madre per certi usi: mi parrebbe di offenderla.
-  giustissimo - rispose il duca, e gli venne come una tosse secca che parve gli volesse schiantare il petto.
Il duca scese davanti al Circolo delle Cacce, e disse al conte:
- Potete benissimo servirvi quanto vi pare della carrozza. Io rientrer a casa molto tardi e ne prender una di piazza.
Adolfo ricadde nelle sue erotiche fantasticherie.
Il giorno dopo, Adolfo si lev tranquillamente. La sua era stata una notte curiosa: le prime ore erano passate tra le smanie dell'insonnio ostinato. Aveva negli orecchi gli scrosci argentini delle risa, i suoni dolci e vellutati delle voci femminili, sentite lass nella villetta dell'Esquilino, e aveva negli occhi curve rotonde, snelle e agili figurine, un piedino strettamente calzato di coppale lucidissima, lo svolazzo di uno strascico di verde scuro che lambiva quel piedino, un collo elegante che veniva su da un busto baldanzoso, una scriminatura di capelli biondi sopra una fronte candidissima. Quegli echi, quelle immagini, ingigantivano l'effetto della realt. Nella villa era stato forte e nella sua camera si sentiva debole; un sospiro caldo, bruciante, gli usciva tratto tratto dalle labbra rosse e un po' tumide di giovane selvaggio.
Fin con l'addormentarsi di stanchezza cerebrale: la sua testa non bastava pi a quella ridda sfrenata di forme e di colori muliebri, che gli danzavano nella memoria. Appena addormentato, subentr la calma. Non una di quelle immagini della dormiveglia erano tornate nel sonno; solo in un certo momento gli parve di essere nel palazzo dei Cesari, e che una statua, animandosi sotto il suo sguardo, gli buttasse al collo le sue braccia diventate morbide, di carne, ma ancora fredde come il marmo e mostruosamente viscide. La fanciulla era bella, ma il contatto di quelle carni gli faceva orrore. Poi, quel sogno se n'era andato com'era venuto, ed egli era rimasto di nuovo nel buio, molle e voluttuoso, del suo sonno profondo.
Si era levato molto per tempo e senza ricordarsi di nulla.
Aveva staccato da una rastrelliera d'armi la sua compagna di viaggio, una lunghissima e microscopica pipa giapponese, nella quale introdusse poco pi d'un pisello di una preziosa e velenosa mistura, che egli fumava con l'impunit e l'indifferenza di un vero orientale, e si fece alla finestra. Si dormiva molto in quel grande palazzo: neppure tutti i servi erano ancora in piedi: la sola finestra da cui si vedeva una faccia non servile, era quella dello studio del cavaliere Montera. Il conte Pompei la riconobbe; perch il giorno avanti glie la aveva additata Ada.
Il viso del cavalier Montera gli riusc simpatico.
- Deve essere un giudice onesto, quel signore - disse tra s. - Quasi quasi, direi che dovrebbe far piacere di esser giudicato da un uomo probo come questo cavaliere Montera.
Ma il cortile, con quella sua prospettiva di balconi e di finestre, pi o meno simili tra loro, era monotono. Non che gli fosse gi tornato il ricordo delle scene della sera prima, ma egli cominciava gi a provare una certa irrequietezza nervosa, aumentata dall'afa di una giornata sciroccosa.
L'aria era molle come fosse diventata un fluido oleoso: qualcosa cerchiava strettamente la sua fronte d'una zona morbida, fastidiosa.
Usc. Girell a piedi per le vie popolate di operai, di fruttivendoli ambulanti, di venditori di giornali del mattino.
Torn a casa per l'ora di colazione, e si accorse che Ada aveva gli occhi rossi. In compenso, la contessa e Arabella erano molto allegre e gli domandarono notizie di Fonteschiavi, e se gli piaceva la compagnia di quel duca, cos matto e cos spiantato.
Questa parola spiantato rese al giovane conte la coscienza dei fatti della sera avanti, che egli non aveva ancora ritrovata. Spiantato? Ma e allora le sue seimila lire?
Raccont la cosa alla madre, evitando di parlare del villino e dello scopo di quel debito. La contessa rispose, perdonargli di buonissima grazia: la giovent, si sa, fa dei debiti: era dolente di non poter per quel giorno sostituirsi al duca: il domani ella avrebbe avuto una piccola somma, tre o quattro mila lire, ma oggi, non restavano che poche centinaia di lire: del resto, era sicura che il duca, bench in cattive acque, teneva troppo alla sua parola da voler mancare alla promessa.
Non una raccomandazione sull'uso di quel denaro, non un consiglio di economia; nulla, nulla: quella madre non si preoccupava di altro che del modo di procurargli il denaro. Ella sperava che una volta ingolfato nei vizi, Adolfo sarebbe stato pi trattabile in certi articoli su cui ora doveva essere certo intransigente.
La contessa aveva ragione di dire al figlio che fidasse sul duca. Prima che la colazione finisse, un servo con la livrea di casa Fonteschiavi chiedeva di essere ammesso a consegnare nelle proprie mani del signor conte un biglietto del suo padrone. La contessa imped che Adolfo si alzasse per andare a ricevere il biglietto; ordin che il servo di don Mario fosse introdotto. Nella busta c'erano sei banconote di mille lire e una carta da visita: Il duca di Fonteschiavi con ossequi per le signore e cordiali saluti pel suo giovane amico.
Nell'alzarsi da tavola per passare nel salotto, Ada, che non aveva detto nulla durante la colazione e che aveva ancora gli occhi rossi, prese il braccio del fratello e, con voce soffocata dalle lagrime, gli mormor:
- Diffida di Fonteschiavi!
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Quasi alla stessa ora della sera avanti, la carrozza, che questa volta portava il solo Adolfo, si ferm al cancello del villino. Era aspettato. Se ne accorse ai profondi inchini della servit.
Una cameriera giovane e molto ben vestita gli venne incontro al vestibolo e lo fece entrare per una porta dirimpetto a quella donde era passato con Fonteschiavi nel salotto.
Quest'altra porta metteva invece in un lungo misterioso corridoio; una lampada brillava dietro un globo smerigliato e mandava una luce molto opaca. In fondo al corridoio c'era una porta. Si trov in una camera addobbata con lusso principesco: pi sontuose non ne aveva viste neppure nel Giappone. Non c'era alcun candelabro, veniva dall'alto come un chiarore roseo e fantastico d'aurora, che metteva qua e l delle ombre blande e voluttuose.
Il cuore di Adolfo batteva precipitosamente: egli non poteva spiegarsi perch. Aspett due minuti, un quarto d'ora? Egli non poteva dirlo. D'un tratto, una portiera dissimulata nella tappezzeria si lev lentamente e una fanciulla vestita di bianco apparve. Un grido, che parve lo schianto di un cuore, part dalle labbra contratte di Adolfo:
- Ada!
Sulle prime egli rimase sbalordito, annientato. Ada era svenuta. Fu questo, forse, che salv la sua ragione. Vedendosi avanti la sorella distesa sul suolo, pallida, rigida, morta! Adolfo sgomentato non pot dare sfogo a quella tempesta d'ira che gli fremeva nel petto. Son un campanello, chiese dell'acqua, dei sali, volle che Ada fosse collocata sopra un divano - egli non osava pi toccare il corpo di sua sorella.
Accorse la padrona di casa, accorsero altre donne: il volto livido, convulso di Adolfo, che immobile, nel vano di una finestra, guardava quella scena con occhio vitreo - lo svenimento della fanciulla, che non si riaveva ancora nonostante le cure che le apprestavano tante persone, avevano fatto comprender loro che qualcosa di terribile si era svolto in quella stanza. Non osavano rivolgere nessuna domanda al giovane.
- Ma slacciatela dunque! -aveva detto la padrona.
Adolfo aveva rivolto gli occhi da un altro lato.
Gli pareva di non potersi pi considerare fratello della fanciulla, dopo che per uno strano gioco del destino egli l'aveva comprata come si compra una schiava in uno dei mercati dell'oriente, o, peggio ancora, come si compra una donna libera in questa civilissima e incancrenita Europa.
L'uragano, che lo svenimento di Ada aveva allontanato, tornava.
Torbidi e sinistri pensieri di vendetta selvaggia si affollavano nel suo cranio, che gli sembrava vicino a scoppiare: alcune gocce di sudore stillavano sulla sua fronte come lagrime che avessero scelta un'altra via, respinte dagli occhi inariditi: una ineffabile angoscia straziava la sua anima disperata.
Poche ore prima egli rideva e celiava, poche ore prima egli era felice, poche ore prima credeva di avere una famiglia: e invece, col doloroso intuito che si acquista nelle sventure, egli aveva indovinato ora che la sciagurata non era in quella casa per sua volont, che la madre e la sorella di lei - vale a dire che la madre e la sorella di lui - facevano un infame commercio della meravigliosa bellezza della poveretta. Si rammentava il disordine che egli aveva spesso osservato nelle idee di Ada, le sue malinconie lunghe, eterne, le improvvise ilarit, gli occhi rossi che aveva la mattina a colazione.
Quando Ada si fu un po' rimessa, ella non disse altro che queste due parole, con voce fioca, da moribonda:
- Mio fratello!
Le donne indietreggiarono atterrite.
Adolfo si mosse silenziosamente verso la porta. Ada lo segu. Nella stanza non si sentiva altro che un mormoro affannoso: un fremito d'orrore percorreva le fibre di quelle eleganti peccatrici, di cui molte, forse, avrebbero potuto trovarsi nel caso infelice della figliuola della contessa Pompei.
Nella vettura non dissero una parola: le lagrime di Ada commossero il cuore gi troppo pieno di Adolfo. Pianse anche lui, e non ebbero bisogno di dirsi altro.
Dietro i vetri affumicati della porta d'un'osteria si sentivano canti di voci rauche di beoni, frammezzo alle bestemmie e all'acciottolo dei piatti e dei bicchieri.
Quella canzone era probabilmente una variazione improvvisata di un'altra popolarissima, che non significava nulla, egualmente come la variazione:
Li capelli che tu m'hai dato
So' legati a fil d'anella
L'hai veduta tu' sorella
Che la possino ammazza.
Adolfo si scosse a quella canzone, che gli fece l'effetto di un insulto che la bettola rivolgesse a lui particolarmente. Poi ricadde nello stato di abbattimento di prima e non si scosse pi fino a quando la carrozza non fu fermata.
La carrozza si era fermata davanti alla porta del palazzo in cui abitava la famiglia Pompei; ma Adolfo non prese la scala a sinistra - disse alla sorella:
- Andiamo per di qua - e la guid per l'altra scala fino al terzo piano, dal cavalier Montera.
Al giudice d'istruzione, che al solito lavorava nel suo studio, Adolfo narr la scena e domand se le leggi europee punivano delitti cos turpi come quello di cui era vittima sua sorella. Alle interrogazioni del cavaliere Montera, Ada rispose lungamente, raccontando tutte le vergogne a cui l'aveva condannata la snaturata avidit materna.
Parl della parte che le avevano assegnata nel veglione dell'Alhambra, rivel di essere la donna mascherata da paggetto che aveva consegnato a Santa Laura l'involto che conteneva quei diamanti...
Montera l'interruppe.
Il caso aveva finalmente stracciato quest'ultimo velo: Santa Laura era salvo!
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Capitolo 14.
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Guendalina passeggiava per un viale remoto della villa Marescaldi, presso Albano. Un lungo camice grigio a pieghe fluttuanti, con lo strascico abbandonato sull'erbe ancora umide di brina, pareva che, geloso di quel tesoro di forme verginali, lo volesse chiudere come in un denso velo di mistero.
Ella era trasfigurata da un dolore profondo, calmo, immenso; il dolore aveva ritoccato i lineamenti della giovinezza e aveva dato loro un nuovo incanto mistico, commovente.
Uno stormir di foglie agitate dalla brezza, un raro battere d'ali, un ronzo indistinto, qualcosa che pareva il rumore di un tarlo infinitesimale, ed era forse il risveglio della vicina primavera, turbavano solamente la quiete solenne del viale.
Guendalina era giunta in capo al viale e s'era seduta sopra una pietra coperta di musco alto e soffice, come una vera borra vegetale. Era un bel pezzo che era l, con gli occhi sopra una foglia gialla, indurita dal freddo, che pareva sempre pronta a spiccare il volo, e sempre ondeggiando sul picciuolo infisso tra due ciottoli, non si allontanava mai.
-  proprio il mio caso - disse Guendalina, e con la punta dello stivalino f saltare uno dei ciottoli che tenevano il picciuolo. Giusto in quel momento si lev un colpo pi forte di vento, che fece rabbrividire la fanciulla, e la foglia fu rapidamente trasportata in alto. In alto, in alto, tra le cime degli alberi, in alto nelle immensit grige del cielo, in alto correva la foglia librata dal vento, e Guendalina, che le aveva dato la libert, restava l su quel sasso muscoso, con le mani nascoste nel manicotto, quasi tremante di freddo, con gli sguardi volanti anche essi dietro la foglia in quelle lontane regioni dell'aria infinita, dove, negli strappi delle nuvole, si aprivano larghe finestre azzurre che mettevano in un altro cielo, pi puro, pi sereno - in alto, in alto, volava la foglia morta liberata da Guendalina.
Carolina, la buona ragazza, la sua compagna di esilio, la riscosse.
Carolina aveva negli occhi un grande stupore, ansava e non poteva arrivare a raccogliere il fiato per pronunziare una parola.
- Che cosa hai, Carolina? Una nuova disgrazia?
- No, signorina..., sono giunti ora.... in questo momento proprio....
- Mia madre?
- No: due signori che accompagnano una signorina e domandano di vederla subito... volevano venire a cercarla...
- E il custode li ha fatti entrare....
- Credo che gli abbiano mostrato un permesso della signora principessa...
- Ma tu non li conosci?
- La signorina mi ha detto che venivano da parte del conte di Santa Laura.
Guendalina era gi in piedi: prese il braccio di Carolina e s'avvi. Il passo della fanciulla era rapido; quasi pareva che si strascinasse dietro Carolina, che ancora non s'era rimessa della corsa gi fatta. Lo strascico l'impacciava, lo raccolse in una mano, non curando che quella brusca piega scopriva il suo piedino perfetto e una caviglia modellata meravigliosamente, che, sino allora, solo le lucertole del parco, uscite in qualche giornata di sole, potevano vantarsi di avere intravvisto. Entrarono nel viale maggiore e Guendalina si ricompose. Sulla porta del piccolo e sontuoso palazzo, di architettura borrominiana, era ferma una carrozza da nolo, schizzata nella cassa di fango recente.
Guendalina aveva imparato a sospettare. Le sventure ci fanno prudenti.
- Credi - chiese a Carolina - credi che siano veramente amici?
- La signorina piangeva, mentre mi diceva di venirla a cercare: i due uomini avevano la faccia di signori onesti...
Guendalina a passo pi lento s'inoltr sino alla vettura, entr nel palazzo, e nella signorile disinvoltura di una patrizia che non ama le pedanterie della teletta non pens neppure a mutar di veste.
Il salotto in cui Carolina aveva fatto entrare i forestieri era a pian terreno e aveva un certo carattere di prigione per le inferriate che difendevano le finestre, molto in armonia con la situazione di Guendalina.
Quando ella entr, i due uomini si levarono rispettosamente, e la signorina staccandosi da loro mosse verso di lei con timida incertezza.
- Ada - grid Guendalina stringendosela fra le braccia.
Guendalina e Ada erano state insieme nel medesimo educandato, prima che la contessa Pompei fosse stata costretta a ripigliarsi la figliuola per lo scandalo della vita che facevano essa e Arabella.
Ada non os rispondere a quell'amplesso: singhiozzava.
- Veniamo - disse il cavalier Montera - per ottenere da lei alcuni schiarimenti intorno al suo matrimonio col conte di Santa Laura...
- S - disse Ada - noi veniamo per salvar te, noi veniamo per salvar il tuo fidanzato. Mio fratello Adolfo - riprese, mutando tono - il cavalier Montera, un.....
- Amico - s'affrett a rispondere il giudice d'istruzione, inchinandosi come aveva fatto Adolfo. - Occorre per che ella abbia confidenza in noi, che ci parli come parlerebbe veramente ad amici..... del conte di Santa Laura.
Guendalina s'inchin lievemente, pregandoli col gesto di sedere. Ada e Guendalina presero posto sopra un divano per due persone, che faceva un angolo coi fregi del caminetto, dove si consumava un fuoco allegro e scoppiettante.
- Occorre prima di tutto sapere se il suo matrimonio col conte di Santa Laura sia stato o no favorito dalla sua illustre famiglia.
Guendalina guard il giudice come se quell'uomo la avesse insultata. Chi permetteva a lui di venire a chiedere i segreti della famiglia Marescaldi? Ada le strinse supplichevolmente le mani. Guendalina esit ancora un poco: poi, sillabando penosamente, rispose:
- Credo di no: almeno negli ultimi tempi.
- E perch questo mutamento?
- Non lo so.
Guendalina era irritata di quella insistenza.
Se l'insistenza del cavalier Montera irritava Guendalina, la cui alterezza era offesa da quell'interrogatorio che si avvedeva di subire, c'era per tanta bont sul volto di quel signore cos curioso, c'era tanta desolazione nello sguardo abbattuto del fratello di Ada, Ada medesima stringeva le sue mani con tanto affetto, che ella comprendeva di essere fra persone amiche, venute veramente per liberarla dalle persecuzioni, per salvarla dai pericoli onde si vedeva minacciata.
Dopo alcuni minuti di esitazione, ella ruppe il silenzio.
- E sia dunque. Dir tutto. Io credo che il conte di Santa Laura e... io non abbiamo veramente che un solo nemico. Egli  stato che ha persuasa mia madre, mio zio il cardinale, a ritirare la promessa al conte; egli  stato che ha propugnato il matrimonio col duca di Fonteschiavi che io avevo gi rifiutato; egli mi ha allontanato da Roma, da Paolo Emilio, da mia madre, perch egli aveva paura delle mie lagrime. Quest'uomo, questo implacabile nemico ...
Guendalina si ferm: si pentiva quasi di aver parlato.
Tutti pendevano dalle sue labbra: Ada la guardava con i suoi occhi neri, dove la preghiera s'ingemmava di lagrime represse.
Guendalina riprese con orrore, come se pronunziasse una parola sacrilega:
- Quest'uomo  il dottor Kaiser.
Ada mormor:
- L'avevo preveduto.  lui il malvagio consigliere di mia madre,  lui che mi ha perduta....
Uno sguardo del giudice la ferm a tempo. Guendalina non aveva comprese le sue parole.
La rivelazione di Guendalina, che non aveva sorpreso Ada, aveva profondamente meravigliato il cavalier Montera. Egli non aveva mai sospettato di quel dabben tedesco, che fin dai primi giorni del processo s'era interessato tanto al povero conte di Santa Laura, che lo aveva scongiurato di fare le sue indagini nel mistero pi compiuto, che aveva promesso di trovare le prove dell'innocenza di Paolo Emilio.
Si ricord di un'altra circostanza. Paolo Emilio gli aveva detto che il dottor Kaiser lo aveva misteriosamente avvertito di un gran pericolo che gli sovrastava, consigliandogli di rinunciare al suo matrimonio con Guendalina. Il cavalier Montera si ricord anche della risposta del dottore, quand'egli lo aveva interrogato su questa dichiarazione del conte: erano voci vaghe, sorde minacce che circolavano nei crocchi; per quanto egli facesse, non gli riusciva di ricordarsi come e da chi ne avesse sentito parlare: avrebbe cercato nella sua memoria e sarebbe venuto a dargli queste informazioni. Il tedesco aveva fatto mostra di dimenticare la sua promessa, e lui, il giudice d'istruzione, non gliel'aveva pi rammentata. Perch non gliel'aveva pi rammentata?
Il magistrato sent salirsi alla fronte il rossore della vergogna; si ricordava che le indagini, le deduzioni e le induzioni, tutto il lavoro delle sue ricerche era stato interrotto dalla presenza di Stefania; che egli aveva perduto molte fila nel tempo che aveva perduto anche la testa; e andava ora rannodandole man mano che si presentavano: ma quanto tempo sciupato, quanti dubbi ancora da risolvere! E questa istessa signorina diceva il vero?
Oramai egli credeva tutto possibile, dopo che questi signori, questi principi, questa gente onesta, devota al trono e all'altare, timorata, assumeva ai suoi occhi un aspetto canagliesco che egli non avrebbe mai attribuito loro.
No. Guendalina, poteva esserne sicuro, ne era anzi sicuro, Guendalina non l'ingannava; era troppo vittima per essere d'accordo coi carnefici. Gli venne per un'altra obbiezione sulla punta della lingua, che trov modo di fare nella maniera pi cortese che gli fu possibile.
- Perch ella non aveva dato avviso al conte di Santa Laura di queste macchinazioni?
- Io scrissi al conte, pregandolo di venire alle sei nel giardino: non venne, o gli fu impedito in qualche modo di entrare. In casa mia avevano letto, a mia insaputa, la lettera che io aveva mandata al mio fidanzato.
Montera aveva corrugate le sopracciglia, come per fare un grande sforzo di sintesi.
- E si ricorda - disse alla fine - il giorno in cui ella invi questa lettera?
- S. - E lo cit.
Era proprio l'ultimo giorno di libert del conte, il giorno fatale, il giorno del colloquio a Villa Pamphily, il giorno del veglione del Comitato all'Alhambra.
Oramai tutto diventava chiaro: Stefania aveva impedito che il conte andasse all'ora assegnata al giardino del palazzo Marescaldi. La parte che Stefania aveva rappresentata era compiutamente spiegata.
Il cavaliere Montera si lev, esclamando:
- Ogni dubbio  finito: il conte di Santa Laura  innocente.
- E intanto marcisce in prigione! - sclam Adolfo, indignato, senza riuscire a frenarsi, scordando imprudentemente che Guendalina era l presente.
- Che dice mai?
Cos aveva mormorato Guendalina, facendosi bianca bianca: poi gli occhi le si erano chiusi, ed era caduta riversa sul divano. Un tremolo convulso le agitava le labbra, come volesse ancora parlare e la voce le venisse meno.
Dopo una mezz'ora ella non era ancora tornata in s: un medico dei dintorni, chiamato in fretta, si era spaventato dello stato di Guendalina e aveva chiesto che si telegrafasse a qualche suo collega della capitale.
Il cavalier Montera e Adolfo ripartirono, lasciando Ada al capezzale di Guendalina.
Carolina, nel vedere in quello stato la sua buona signorina, singhiozzava in maniera straziante.
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Capitolo 15.
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Erano ventiquattr'ore che Lucy assicurava alla sua padrona che, dal caff incontro, era sparito quell'ostinato corteggiatore che parlava continuamente di amore e di Stefania, dei suoi disegni sull'avvenire e della gente che bazzicava in casa della marchesa, dei suoi capelli biondi e della strana esistenza di quella donna che viveva da principessa, senza avere, almeno per amante, un principe romano.
Lucy era certamente fedele, ma era meglio che il giovanotto se ne fosse andato. La sua scomparsa voleva dire che la polizia giudiziaria non sospettava pi di lei. Meglio cos. Ella sapeva di esser forte, sapeva che il cavalier Montera non avrebbe potuto resistere a quei suoi vezzi che egli aveva desiderato; sapeva che il dottor Kaiser e gli altri la proteggevano: ma era sempre meglio, meglio cos.
Era contenta, respirava: vestendosi, osservava con piacere che tutte le grandi impressioni sofferte in questi ultimi tempi non avevano alterato la freschezza delle carni, la purezza delle linee del suo busto elegante e colmo che un poeta aveva un giorno comparato a una anfora antica, sorgente dai fianchi sottile sottile ed espandendosi fino alla ricchezze asiatiche del seno rigoglioso.
Mentre Lucy le appuntava, non so perch, uno spillo lo specchio rifletteva l'immagine di una statua antica, corretta da un sarto moderno.
Se le simpatie politiche erano per i ricchi e inamidati patrizi, l'estetica della marchesa Novalger era rivoluzionaria e moderna.
Ella diceva che i piedini suoi e le sue piccole mani valevano molto pi di quelle stesse estremit prodigate dalla plastica antica ai capolavori di genere femminile. Ella non ammetteva la bellezza in una donna, n in una statua, che non potesse misurarsi quel corset a cono rovesciato in cui ella rinchiudeva tanto facilmente quei tesori di forme che a teatro accendevano cos strani fuochi di desiderio nei cristalli degli occhialini delle poltrone.
Dio lodato! tutto era finito, ella poteva tornare a consolarsi solo della sua bellezza e dei suoi ammiratori.
Oh s! bisogna ricominciare un po' di vita splendida, strepitosa, come quella che aveva fatto a Vienna. Fallita la speranza di sposare il conte di Santa Laura, non c'era pi alcuna ragione di continuare quella vita da monastero... Avrebbe abbagliato tutti: massime questi buzzurri, che sembrano tanti parvenus... Anzi, ora che ci pensava... l'idea era buona... avrebbe preso per amante un ministro... un segretario generale, qualcuno con occhiali, decorazioni e analoga considerazione nel paese.
Rideva e faceva le smorfie pi birichine davanti allo specchio.
A vederla cos, le si sarebbero dati venti anni e tutta la giovent del cuore cui prometteva la sua fronte pura e smentiva ogni sua azione, ogni sua parola, ogni suo pensiero.
Stefania non aveva il cuore n vecchio n giovane: n buono, n cattivo: n tenero n duro: il cuore di Stefania era un mistero per lei medesima; aperto a tutte le facili commozioni, era chiuso ermeticamente per l'affetto forte e vero: pronto a spingerla nella strada delle pazzie, irrigidiva a tempo, quando la follia cominciava a trasformarsi in serio pericolo: un solo essere amava immensamente, d'amore assurdo, invincibile, incontentabile, quel cuore: e quell'essere, Stefania lo vedeva riflesso nello specchio; era l'immagine d'una statua antica, corretta da un sarto moderno.
Quanto a tutte le sue vittime, ella se ne occupava come degli abiti smessi, che regalava a Lucy. Ora che la faccenda con Santa Laura le sembrava appianata, se non se ne era ancora dimenticata assolutamente, non ci pensava per pi che tanto. La sua indifferenza era cos compiuta, che non aveva dimandato di lui, di ci che ne fosse avvenuto. Che glie ne importava pi a lei, dal momento che aveva dovuto rinunziare al capriccio, tanto lungamente accarezzato, di diventar contessa di Santa Laura? Ne era stufa. Questa era la verit...
Fu annunziato il dottor Kaiser.
Ella usc dalla stanza di teletta e pass in un piccolo salottino attiguo, dove era gi apparecchiata sopra una piccola tavola ellittica una colazione regalmente frugale. In microscopiche caraffe di vetro di Murano si spegnevano i riflessi cristallini di vini preziosi, che avevano colori e splendori di gemme. Brillavano accanto alle caraffe cucchiaini, manichi di coltelli finamente cesellati e dorati; in una piccola coppa di maiolica fiorentina sorgeva una piramide infinitesimale di frutta candite. La peccatrice era ghiotta, siccome vogliono le buone tradizioni della scuola.
Mentre aspettava che facessero entrare il dottor Kaiser, prese un'arancia, la sbucci con le dita, senza servirsi del coltello, e incominci a rosicchiarne la corteccia. Era un'abitudine alla quale non aveva saputo rinunziare, presa quando era nell'osteria, fuori porta del Popolo, con sua zia.
La porta si apr.
Stefania di un grido: quell'uomo non era il dottor Kaiser.
- State zitta, ragazza, non fate sciocchezze, e preparatevi a esser forte.
- Ma perch si  camuffato a quel modo?
- Non avrei l'obbligo di dirvelo, ma, se state zitta, lo capirete da quello che sono venuto a dirvi.
Kaiser era irriconoscibile. Due enormi lenti azzurre, cerchiate di nero, mettevano sulla sua fronte aguzza due ellissi funebri, dietro cui sparivano gli occhi caratteristici del dottore. I capelli erano divenuti neri, le fedine scomparse, e per compenso un bel paio di baffi bruni turbavano il tipo assolutamente germanico del dottor Kaiser.
- Non riconoscete il vostro amico, il conte Ponowscki?
- Ma questa  un'imprudenza!
- Bisogna commettere a tempo anche le imprudenze.
E il dottor Kaiser si rassicurava, lisciandosi con un gesto da ufficiale di cavalleria, se i baffi neri erano ben fermi al suo labbro. Poi, dando un'occhiata allo specchio del caminetto, mormor:
- Forse sarebbe stato meglio adottare addirittura la barba che portavo quando ero a Vienna, nei primi tempi - ve ne ricordate?
- Dottore, lei mi fa morire d'inquietudine.
- Volete dunque sapere proprio tutto?
- S.
- Ebbene, siamo perduti.
Stefania, illividita, era rimasta l a guardarlo, incapace di pronunziare una parola, incapace di tradurre in idea la terribile sensazione di spavento che aveva provato.
Ella soffriva fisicamente, ma non poteva arrivare a raccogliersi tanto da comprendere, da spiegarsi ci che sentiva.
- Se avete voglia di piangere, lasciate pure in funzione le glandole lagrimali: ragione di pianto ce n', pur troppo, pi di quello che voi immaginiate. Vi ho detto, se non m'inganno, che eravamo perduti.
- Ma, in che modo?
- Semplicissimo. Credo di essere stato riconosciuto dal giovane che corteggiava Lucy, qui, nel caff incontro.
- Infatti, sono pi di ventiquattr'ore che egli non  pi al suo posto.
- Siamo perduti - ripet Kaiser.
- Domando scusa - diss'ella - mi pare che il siamo sia molto esagerato; il sono, forse, sarebbe pi vero.
- Egregiamente - disse il dottore; - io credo che voi cominciate gi a pensare alla maniera pi vantaggiosa di tradirmi. Eh eh! Non c' male, bambina; parola d'onore, non c' male! Badate a quello che vi dite, sciagurata, e, pi di tutto, a quello che fate. Vi immaginate che io sia gi tramontato? Non ancora, non ancora. Sarei sempre a tempo - e tir fuori dalla tasca un impercettibile revolver, che pareva un gingillo, un ciondolo da orologio - di turarvi la bocca per sempre!
Stefania tendeva supplichevole le mani verso il dottore.
- Non sapete - continuava il tedesco - che, arrestato il dottor Kaiser, si scoprirebbe immediatamente che egli  quell'istesso conte Ponowscki che voi conoscevate a Vienna. Credete che la giustizia si contenterebbe di condannare me solo? Ma, se io debbo cadere, cadr in buona compagnia, in numerosa compagnia. I pi alti personaggi, e le pi vili creature - e, dicendo cos, la guard - mi accompagneranno come accusatori, difensori, complici o testimoni. Rassicuratevi, sul banco dell'accusato avremo per voi tutte le cortesie che si devono a una donna. Voghiamo in piene assise, cara mia!
Non mai il volto d'una bella donna, di una bellissima donna come Stefania, si vide pi orridamente trasformato, sconvolto, assumere, a poco a poco, una espressione cos ripugnante. Ella batteva i denti, scontorceva le labbra, tutta la faccia in ismorfie grottesche che distruggevano il fascino scultorio de' suoi lineamenti purissimi. Gli occhi sbarrati, il collo rientrante nel corpo, le spalle rialzate e incurvate, quando non batteva i denti, ella rideva. Rideva come gli idioti, rideva come le attrici dei piccoli teatri, in una situazione scenica simile alla sua, - di un riso spaventosamente inverosimile.
- Andiamo, via! - rispose il dottore - infine, io non ho nessuna voglia di andarmi a consegnare nelle mani della polizia, e capirete che, se voi siete saggia, potrete salvarvi con me. Non sono cattivo io, con voi - siamo stati tanto insieme, che certe volte mi pare quasi di amarvi. Ne sarei capace forse, se non vi avessi riconosciuta cos vile, se non mi faceste nausea con la vostra malignit da aspide. Ma non parliamo di questo; io sono venuto appunto per salvarvi.
Stefania, a quell'annunzio, diede in un pianto dirotto. Essere salva! Dio mio, le pareva gi di aver posto la testa sul ceppo e di essere stata liberata da un angelo.
- Statemi bene a sentire - riprese lui, e le parl a lungo all'orecchio.
Quando Kaiser tacque, Stefania era tornata la stessa di prima.
In quel momento, Lucy entr con un biglietto di Fonteschiavi, che diceva:
"Fatemi il piacere di dirmi ove potrei incontrare il dottore. Non sono tranquillo."
- Egli non  tranquillo? - ripet ironicamente Stefania.
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Capitolo 16.
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Il salone era vastissimo, e coperto dal soffitto allo zoccolo di quadri e ritratti. Le tende di velluto alle finestre - i cui vani sembravano piccole stanze - scendevano pese, diritte, immobili, come se le pieghe avessero avuta un'interna armatura di osso di balena, che impedisse loro di disfarsi. Quelle pieghe avevano dovuto esistere al tempo di don Paolo Emilio Marcompi, il nonno del vivente; quelle pieghe promettevano, nella loro suprema tranquillit, di sopravvivere al vecchio principe della Rocaria, e di rimanere nello stesso numero e nella stessa disposizione durante la vita del futuro principe della Rocaria. La sala era triste, triste. Non per le sole tinte scure della tappezzeria, non per i fondi anneriti dei vecchi quadri, non per la funebre immobilit delle tende - non per questo solo: era anche triste per il silenzio sepolcrale di tutta la casa, per la luce fioca di una candela che ardeva unica, sopra un gran candelabro d'argento, mentre altre candele sembravano anch'esse destinate all'eternit: ma pi di tutto era triste per quella figura di vecchio, alto, curvo, che sedeva davanti alla fiamma del caminetto.
La voce popolare attribuiva al principe della Rocaria una sordida avarizia.
La voce popolare era giustificata dal sistema di vita tapino e volgare che egli teneva in quelle storiche sale, dove tutto era grande, dagli alari di bronzo cesellato al soffitto maravigliosamente intagliato e dorato. Ma se anche il suo sistema di vita fosse stato in contraddizione con la voce popolare, il tipo del vecchio principe sarebbe venuto in aiuto di questa accusa. Magro, sottile, grinzoso, con occhi vivissimi, d'un grigio cangiante spesso in verde, con un lungo naso che andava incontro al mento raso, la fronte calva, solcata di rughe, una zazzeretta bianca, ricascante sul bavero d'un abito nero, lucido di spazzola, voi l'avreste scambiato con un contabile in ritiro, che presti a usura i risparmi dei suoi meschini stipendi di trent'anni; sotto il bavero spelato, un largo cravattone nero circondava quattro volte il collo tisico del vecchio principe, lasciando trasparire, come due piccole lame di tela, le punte aguzze di un solino, che pareva volesse scannarlo a ogni costo.
Un panciotto di seta nera a fiorami lucidi, a larghe pieghe orizzontali rotonde, nascondeva compiutamente l'inverosimile esiguit del petto: le gambe si smarrivano nei calzoni giallicci, donde sbucavano due piedi, mal calzati di scarpacce impossibili, ma eleganti. Ecco uno schizzo di don Fabio Marcompi, principe della Rocaria, barone romano, e insignito di una delle pi onorifiche dignit della Corte vaticana.
Il principe aveva tra le mani un numero dell'Osservatore Romano, ma non leggeva. Egli usava di dire che i giornali sono tutti cattivi, compresi i clericali. A dargli retta, l'Osservatore Romano era giacobino. Gli pareva che riferire tutto ci che faceva il governo usurpatore, la Corte sabauda, i demagoghi piazzaiuoli, i bugiardi conservatori, era un recare offesa alla sacra maest del papato. La storia decente, accettabile, narrabile, leggibile, finiva colla catastrofe del potere temporale; tutto il resto era un'orgia, che i posteri ravveduti avrebbero cancellato, inorriditi allo spettacolo orrendo che egli, accogliendo, senza accorgersene, una frase dei giornali neri, chiamava i saturnali della licenza.
Quella sera, per, egli non pensava alla politica, n ai mezzi per risparmiare sul vitto del numeroso servitorame che era costretto a mantenere per non far torto al suo nome: quella sera, l'avaro, il caccialepre aveva ceduto il posto al principe orgoglioso, e, sarebbe ingiusto negarlo, al padre crudelmente ferito in ci che egli venerava di pi al mondo: l'onore della sua famiglia, il figlio che doveva raccogliere l'eredit morale e materiale dei Marcompi, che egli credeva di trasmettergli immacolata.
N quella sera solamente; erano parecchie sere, oltre il mese, che, seduto accanto al camino, con l'Osservatore Romano, che non leggeva, spiegazzato sulle ginocchia, egli non pensava ad altro che all'accusa assurda, ma terribile, che pesava sopra suo figlio. Dapprima l'aveva creduta una vendetta buzzurra; ma la gentilezza, la piet dimostratagli dal giudice istruttore e dagli altri magistrati usurpatori, lo avevano fatto ricredere. Egli era rimasto anzi meravigliato di non trovarli disposti a trascinare il suo stemma nel fango: il mistero con cui si era proceduto contro il conte di Santa Laura era stato inteso da lui come un omaggio ai Marcompi; non aveva sospettato neppure che, se il conte di Santa Laura fosse stato creduto veramente capace del delitto imputatogli, avrebbe dovuto sottoporsi a tutte le pubblicit inevitabili della procedura penale.
Sicuro di Paolo Emilio, egli non dubitava che sarebbe stato dichiarato innocente, ma il ritardo di questa dichiarazione lo addolorava. Il cavalier Montera, che egli aveva visto due giorni prima, gli aveva ripetuto che il conte di Santa Laura appariva sempre pi innocente, e che in breve lo avrebbero liberato. Perch questi indugi dunque?
Un servo venne ad annunziare che il dottor Kaiser domandava di parlare a sua eccellenza.
- Torni domani; ora non ho voglia di veder nessuno.
- Domando scusa a vostra eccellenza - rispose una voce dalla porta - ma domani non potrei tornare. Ho bisogno di parlare immediatamente a vostra eccellenza.
Se il tono del dottor Kaiser era fermo, il suo contegno era anche pi fermo della voce.
Egli era entrato senza aspettare che il domestico gli riportasse la risposta che aveva udito, e senza fare le sue solite profonde riverenze.
Il principe della Rocaria non ebbe la forza di mandarlo via.
Il dottor Kaiser si avanz.
Dal fondo dell'ombra in cui erano immerse le pareti del salone pi lontane dal caminetto, egli entr lentamente nell'orbita di luce fioca e incerta che spandeva la candela.
Il principe della Rocaria osservava il dottore con lo sguardo sdegnoso e l'aspetto severo d'un vecchio patrizio, che si prepara a dare una lezione di convenienza a un insolente plebeo.
Con un gesto maestoso fece cenno al cameriere di lasciarli soli.
Con qual diritto osava questo cerretano straniero di comandare in casa di un principe romano?
Ma Kaiser, appena il servo fu uscito, senza badare a quello sdegno, senza smarrire la sua tranquillit, lev dal candelabro l'unica candela e accese tutte le altre. Poi si rivolse, e solennemente, imperiosamente, pronunci questa parola:
- Guardami!
Il principe si era levato in piedi. Il dottore Kaiser non era pi lo stesso uomo, non aveva pi nulla del servile tedesco che si spezzava in inchini adulatori; era un bell'uomo, maturo, dai capelli e dalle sopracciglia nere, che negli occhi grigi, come nella marsina elegante, che nella bocca ironicamente atteggiata, come nei guanti che stringevano elegantemente le sue mani lunghe e sottili, che nell'espressione generale del volto, come nella correzione di tutti i suoi abiti, appariva, era anzi un gran signore.
Il suo aspetto era tutto un albero genealogico.
Nessuno certamente avrebbe in lui riconosciuto il dottore; ma il principe della Rocaria incominciava per a riconoscere in quella figura qualcuno, al quale egli non pensava pi e che sperava travolto nei flutti della vita.
- Guardami! Come? Non mi vieni avanti? Non mi stringi fra le tue braccia? E la voce del sangue, la famosa voce del sangue non ti dice nulla?...
Il riso ironico con cui accompagn queste parole non aveva le stridule esagerazioni che istrumentavano per solito i sarcasmi un po' brutali di Kaiser. Anche il suo sorriso, anche la sua ironia, anche la sua brutalit era diventata pi nobile, pi signorile, pi aristocratica. Mutando vestimenti e colore di capelli, sembrava che avesse mutato pure tutto il resto. Parlando alla principessa Marescaldi, anche nell'accento schiettamente romano egli conservava qualcosa di duro, di aspro, di teutonico; parlando invece al principe della Rocaria, s'era trasfigurato compiutamente.
- Suvvia, siamo amici - disse lui -  tempo oramai che i due fratelli, naturali se vogliamo, ma pur sempre fratelli, s'intendano fra loro.
Il principe della Rocaria, come sbalordito dal colpo, era ricaduto a sedere, mentre dall'altra parte del caminetto il dottor Kaiser l'imitava.
- Io vengo a offrirti la pace: vuoi accettarla?
- Ti ascolto - mormor il principe della Rocaria.
- Nostro padre - incominci il dottor Kaiser - aveva fatte le parti con una certa equit. Ti ricorderai che egli, lasciandoti il titolo e la fortuna di principe della Rocaria, voleva salvare per me, che pure amava al pari di te, una parte infinitesimale delle tue immense ricchezze. L'avrebbe fatto, se la morte improvvisa non glielo avesse impedito. Tu, avaro e snaturato, mi scacciasti, minacciando di chiamare la polizia se io non mi rassegnassi a subire la tua ingiustizia. Sapevo pur troppo che la peggio l'avrei avuta io, e ti lasciai libero il campo e partii. Tu sai anche che, partendo, io non feci solo il sagrifizio di abbandonarti quella parte di patrimonio che il defunto principe della Rocaria aveva destinato a suo figlio Andrea: tu sai che io lasciavo due donne, di cui una amavo per s stessa e l'altra per ambizione.
Se nostro padre - seguit il dottore - fosse riuscito a farmi riconoscere il titolo di conte dal Vaticano, chi sa che, a quest'ora, donna Vittoria Marescaldi non sarebbe la contessa Vittoria Marcompi? Ebbene, tu mi costringesti ad abbandonare tutto: fortuna, titoli, onori, la speranza di un gran matrimonio, una donna amata. Ti pare che il tuo dare sia abbastanza rilevante?
- Continua - disse il principe.
- Passiamo adesso al tuo avere. Scacciato dalla mia casa, costretto a lasciar Roma, comprendi che ho dovuto fare un po' di tutto per non morire di fame. E, grazie a Dio, tu hai la consolazione di vedere che non sono ancora morto. L'occasione fa il ladro, e, per rassicurarti anche su quest'altro lato, ti giuro che ho fatto anche il ladro. Ho mentito nome, patria, nazionalit; sono stato russo, armeno, polacco, turco, giornalista ingegnere, banchiere, medico, avvocato: non sono stato mai onest'uomo, questo s: ma dal momento che tu hai derubato tuo fratello, che hai rinnegato il sangue tuo, ci non ti pu far nessun ribrezzo, nessuna meraviglia. Siamo fratelli, caro mio! Quattro anni or sono, tornai a Roma. In breve il dottor Kaiser riusc a vivere lautamente nella citt, da cui Andrea era partito per non gittarsi nel Tevere. Il dottor Kaiser ha aspettato per quattro anni; ha voluto studiare la vita attuale di Roma, e non ha perduto d'occhio l'eccellentissimo fratello. E siamo giunti alla partita del tuo avere. L'eccellentissimo fratello ha un figlio - l'eccellentissimo mio nipote...
- Saresti tu dunque il calunniatore di Paolo? - grid il principe, saltando in piedi con un fuoco che nessuno gli avrebbe mai attribuito.
- L'eccellentissimo fratello adora l'eccellentissimo nipote... il dottor Kaiser, che deve far vendetta di Andrea, si lascia comprare dal partito inquieto del Vaticano, si ascrive a una potente societ clericale, entra nella cospirazione nera e ne dirige le forze contro il conte Paolo Emilio Marcompi di Santa Laura, il quale...
- Il quale? - ripeteva con la voce anelante, cogli occhi che gittavano fiamme, il principe della Rocaria.
- Il quale  arrestato, accusato di furto, processato...
Il principe era certamente debole, vecchio; il principe non aveva mai dato prova di coraggio eccessivo ma al sentire quella cinica confessione, al vedersi davanti quello sfacciato calunniatore, non seppe frenarsi afferr il pesante candelabro d'argento, e stava per fracassare il cranio del dottor Kaiser, quando questi disse:
- Paolo Emilio  stato assoluto, domattina sar forse qui.... Lascia quel candelabro: vuoi essere sempre debitore, tu?
- Ebbene, che cosa altro pretendi: non ti sei vendicato abbastanza?
- Forse. Ma quantunque sconfitto, mi resta ancora un altro colpo da tirarti: colpo sicuro, di riserva. Questo colpo tu puoi pararlo: sono perci venuto ad offrirti la pace. Ordina a qualcuno il tuo ministro il tuo banchiere, il tuo uomo di affari, che mi conti centomila lire, e il colpo sar risparmiato.
- Ma di che parli? Qual colpo?
- La pubblicit di tutto questo affare. Io ho in mano tutte le fila intricate di questo garbuglio di fatti, nei quali la vostra famiglia  impigliata: domani scrivo una lettera a un giornale e dopo dimani tutta Roma, tutto il mondo legger il nome dei Marcompi mescolato a tante brutture, che, anche uscitone illeso, come , ne rimarr macchiato per sempre. Accetti?
Il principe della Rocaria sospir; poi, preso un foglio, vi scrisse sopra l'ordine pel suo cassiere di pagare centomila lire al dottor Kaiser.
- Eccolo,  firmato - disse l'avaro con una smorfia penosa - ma non ti sar consegnato che quando Paolo sar fuori dalle carceri...
Non aveva finito di dire queste parole, che la porta si aperse, ed entr Paolo Emilio, precipitandosi con le braccia aperte verso il padre.
Il primo atto del dottor Kaiser fu di intascare l'ordine di pagamento che era rimasto sopra la tavola.
- Con quest'ordine fra le mani, mi rester sempre di che preparare la rivincita - mormor egli.
Paolo stava per stendere la sua mano al dottore: il padre lo ferm.
- Costui  un nemico,  un implacabile nemico. Il principe della Rocaria guard il dottor Kaiser, come per domandargli
- Vuoi che gli dica tutto?
-  inutile: c' sempre tempo - rispose senza scomporsi, ad alta voce, il dottore, che aveva compreso quella muta interrogazione.
E, senza attendere altro, prese il cappello e se ne and.
Paolo rimase fermo a guardarlo: gli pareva di avere le traveggole. Era lui, era un altro che gli assomigliava molto? Un dottor Kaiser tinto in nero?
Il principe lo trasse da questa meditazione inopportuna, dicendogli:
- Lascia che quell'uomo sia chi si voglia. L'ho comprato. Egli non ci nocer pi. Ti narrer tutto un'altra volta. Ora abbracciami di nuovo e raccontami tu come ti abbiano reso finalmente giustizia.
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Capitolo 17.
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Stefania aspettava ansiosa notizie del dottor Kaiser. Erano molte ore che aspettava: l'avviso promesso da lui non giungeva. Ogni cinque minuti chiamava Lucy, che rispondeva costantemente:
- No, signora.
- Le valige sono pronte?
- Da tre ore.
- Hai dimenticato nulla?
- Nulla.
Stefania dava uno sguardo di rimpianto al magnifico salotto, il pi grazioso astuccio per gioielli che sia mai uscito da una vetrina: tutto raso e velluto, raso azzurro e velluto nero - trapunto, ovattato, caldo, elegante, voluttuoso - un salotto da passarvi quaranta giorni senza uscirne mai, senza sentire mai altro desiderio che quello di sdraiarsi nei cantucci pi morbidi e aprire le braccia per accogliervi una persona amata.
Stefania ricordava tutte le scene che si erano svolte in quel grazioso pezzetto d'Oriente, alla luce calda ma velata della lampada d'alabastro antico... Ricordava Paolo Emilio illanguidito su quel largo divano, che fumava una sigaretta e socchiudeva gli occhi, per veder lei - diceva egli - come in un sogno d'amore. Ricordava s stessa in una lunga veste bianca, con un immenso strascico, quando andava su e gi per la stanza, mirandosi negli specchi incorniciati di velluto, chiedendo a Paolo se gli pareva abbastanza bella. E Paolo saltava in piedi, le si andava a inginocchiare davanti, le abbracciava le gambe, la faceva cadere con lui sul tappeto soffice come un letto, e ridevano allora - ridevano come due matti e come due monelli. S, ora che quegli specchi la riflettevano in abito grigio, da viaggio, sotto un gran cappello pure grigio, sola, abbandonata, pronta a partire, a riprendere la sua vita raminga di avventuriera, ora, assalita da un'improvvisa tenerezza, ella riandava quelle memorie e si rimproverava di essere stata cos imprudente, cos infedele al suo Paolo. Quanto alla vendetta che aveva presa di lui, ella non ci pensava, non era affar suo: quel demonio di Kaiser ve l'aveva trascinata....
E intanto, adesso che si trattava di riparare, di evitare seccature dalla giustizia, egli tardava... Si era ben detto di partire insieme, si era ben detto!
- Lucy!
- Nulla ancora, signora.
Erano gi le dieci. Che fosse partito senza di lei? Egli ne era capace. Quale stupido delirio l'aveva presa di affidarsi a quel demonio incarnato? Era stata una vera sciocca, era stata.
Lucy entr senza essere stata chiamata.
-  giunto finalmente?
- No, signora:  una donna che chiede di parlarle.
- Una donna?
- Una donna piuttosto matura, vestita di nero. Mi ha pregato di annunziare semplicemente: Marta.
- Che entri, subito: non la fate aspettare un minuto.
Lucy ignorava che Marta, la quale veniva di rado a vedere Stefania, fosse la madre della sua padrona; a quell'ordine cos reciso di Stefania, ella si precipit verso l'anticamera, pentita forse di aver trattato un po' maluccio quella donna.
Marta aveva ravvolta la testa in uno scialle nero come la veste; su tutto quel luttuoso colore staccava pallida, commossa, la sua faccia solcata di rughe e illuminata da due pupille stranamente dilatate per terrore.
La madre respir al vedere la veste da viaggio e una microscopica valigetta di cuoio di Russia buttata sopra un mobile.
- Tu parti? Era appunto per questo che ero venuta.
- Parto col dottor Kaiser.
- L'aria di Roma, infatti, non  pi buona nemmeno per lui. Partirei anch'io, se sua eccellenza la principessa, che trema delle rivelazioni che io potrei fare...
- Quali rivelazioni?
- I suoi amori con Andrea... col dottore, se pi ti piace...
-  vero. La principessa Marescaldi, dunque ti ha rassicurata?
- S. Ella mi difender contro ogni accusa. Poi, sperano di mettere la cosa a dormire. La principessa non desidera altro che ve ne andiate tutti lungi da Roma, che la lasciate in pace con la sua Guendalina.
- La fidanzata di Paolo? - interruppe Stefania con amarezza.
- Se la poverina guarisce, si potr chiamarla, anzi, la sua sposa.
- Guarisce?  dunque ammalata?
Marta narr, allora, l'arrivo ad Albano di Ada, di Adolfo, del giudice d'istruzione. Stefania, al nome di quest'ultimo si morse le labbra per dispetto. Narr la malattia di Guendalina, e conchiuse annunciandole che la mattina stessa, Paolo, appena uscito di carcere, prima ancora di riabbracciare suo padre, era andato alla villa Marescaldi. La principessa era tornata qualche ora fa, per rassicurare lei e consegnarle un piccolo dono per Stefania.
- Purch parta subito, mi ha detto lei - aggiunse Marta - purch parta subito. Sono le spese di viaggio.
E trasse dal petto un portafoglio nero.
- Quanto? - chiese Stefania.
- Ventimila - rispose la madre.
La falsa marchesa lev le spalle, in atto di disprezzo.
Lucy entr, dopo avere, contro il suo solito, picchiato un colpettino discreto alla porta. Segno sicuro che ella aveva, con la stessa discrezione, origliato prima di picchiare.
Stefania era per ripetere per la cinquantesima volta la sua domanda, ma Lucy la preced nella risposta.
-  il signor duca di Fonteschiavi.
- Non ci sono per nessuno.
- Viene da parte del dottor Kaiser.
- Finalmente!
Stefania respir. Lucy usc per pregare il duca di attendere un momento, secondo l'ordine che aveva ricevuto dalla sua padrona. Le due donne si abbracciarono senza dire una parola: Marta singhiozzava, Stefania lasciava scorrere qualche lagrima lungo la guancia impallidita.
Rimasero cos strette, l'una nelle braccia dell'altra, forse cinque minuti; poi, al sentire la voce del duca, che s'impazientiva nel salotto attiguo, si staccarono mute, affrante, desolate.
Non dissero una sillaba, non si sent un gemito: lo sguardo di quella madre, che aveva fatto tutto per quella figlia, lo sguardo della figlia, che nell'impeto represso di affetto sentiva spezzarsi il cuore, erano dolorosamente eloquenti.
Poi Marta si ravvolse nello scialle e usc da una porta diversa da quella alla quale il duca aspettava di essere ammesso.
Stefania rasciug le lagrime, atteggi le labbra al sorriso, e and incontro a Fonteschiavi.
Il duca era costernato. Il gentiluomo capiva di essersi avvilito, capiva di avvilirsi ancora, restando fra quella marmaglia di avventuriere e di cavalieri d'industria: ma che fare? Il male era irreparabile. Oramai era compromesso, oramai bisognava partecipare alla sventura di quella plebe, allontanarsi da Roma, aspettare che il tempo cancellasse le tristi memorie che si lasciavano dietro.
 vero che egli avrebbe potuto corazzarsi nel suo noto e magnifico disprezzo della pubblica opinione; ma se Santa Laura, se un giudice troppo zelante, avessero fatto in modo che il processo di calunnia avesse seguto la sua via naturale, che cosa avrebbe potuto rispondere lui - dal banco degli accusati? Poteva dire, al cospetto di Roma intera, che egli aveva sempre mentito? Mentito, quando s'era dimostrato amico di Santa Laura; mentito, quando gli aveva chiesto quella somma perch fosse a tutti manifesto che quel giorno egli era in s grande bisogno di denaro; mentito, quando con un pretesto l'aveva indotto ad andare con lui all'Alhambra; mentito, quando aveva finto di fare la corte a una zingarella, che era poi la sorella di Ada; mentito sempre, da per tutto, in ogni occasione, sfacciatamente. Piuttosto confessare un delitto atroce, anzich confermare da s stesso di avere mentito come un cialtrone; egli non avrebbe mai potuto ingoiare questa umiliazione. Preferiva partire col dottor Kaiser, con Stefania, col demonio, al sedersi sul banco dei rei.
Poi, era rovinato - Kaiser gli aveva promesso denaro purch lo aiutasse in un vasto disegno, che aveva in mente per non so quale impresa a Parigi.
- Andremo in vettura sino a Civitavecchia. Il dottore, partito col treno, ci aspetta... Egli  ancora indeciso se deve scegliere la via di terra o quella di mare.
- Il mare no - mi fa paura.
- Vedremo, vedremo. Siete pronta?
- Da quattro ore.
- Allora non bisogna perder tempo... sapete che a Genova ci raggiungeranno Arabella e la contessa Pompei?
- Ma saremo una colonia! Dove andremo?
- A Parigi.
Gli occhi di Stefania brillarono alla visione luminosa di Parigi, scintillante di luce elettrica e di gemme; una musica strana fatta di tintinni di luigi d'oro e di turaccioli saltanti in aria, di champagne, le carezz l'orecchio...
- Andiamo - diss'ella - andiamo. Peggio per Roma e chi ci resta.
E usc come un'educanda che ode l'invito delle sue compagne di andare nel giardino e si precipita lieta, sorridente, felice di lasciare la sala di lavoro per l'aria aperta. Per esprimere la gioia, ella diede un pizzicotto da monella a Fonteschiavi, e Fonteschiavi le restitu un bacio.
Chi avrebbe creduto che fossero due profughi, che si allontanavano per evitare il codice penale?
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Capitolo 18.
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Quel grosso e buon pastricciano del cardinal Marescaldi, dopo avere sbuffato parecchie volte, decise alla fine di andare a visitare ad Albano la nipote Guendalina, che il medico diceva seriamente ammalata.
- Eh! la conosco, la conosco - esclamava egli - la conosco, la malattia di quella ragazza:  una malattia certamente, una malattia che non pu avere gravi conseguenze, che, curata a tempo, passa come tutte le altre febbri di giovent.
Queste parole il cardinale Marescaldi le diceva la sera stessa della partenza di Stefania a donna Vittoria, venuta, come fu narrato, da Albano, per consegnare a Marta le ventimila lire per quell'abbietta creatura.
Donna Vittoria interruppe per le chiacchiere di quella bestia del cardinale, dicendo con molta calma e con molta severit:
- Se avete in mente di continuare a curar Guendalina...
- Secondo il metodo del dottor Kaiser, certamente!
La grossolana e sconveniente facezia del cardinale fer crudelmente donna Vittoria. Era un insulto che ricadeva anche in parte sull'offensore, ma non per questo diventava meno duro, meno basso, meno vigliacco per quella madre pentita.
- Io curo la mia figliuola secondo il metodo mio, e perci appunto ho permesso a Paolo Emilio di Santa Laura di riprendere il suo posto di fidanzato di Guendalina. Vi proibisco di occuparvi pi di me e di lei.
Il cardinal Marescaldi, tempra fiacca e spregevole, provato a insolentire contro i pusilli, era invece umilissimo con chi si mostrava con lui sdegnoso. Domand scusa alla principessa, si disse pronto per fare un bel regalo di nozze a Guendalina: sposasse Paolo o un altro o non sposasse nessuno, gi per lui era tutt'uno: non era stato lui il primo a osteggiare quelle nozze col figliuolo del principe Marcompi della Rocaria, rampollo di una delle pi antiche famiglie, quasi una dinastia di principi romani... Egli aveva ceduto alle suggestioni di... del...
Il cardinale si accorse che ricominciava a parlare del dottore Kaiser e, troncando il filo del suo discorso, conchiuse bruscamente:
- Insomma, principessa, fate un po' voi quello che vi pare, di Guendalina. Io, domani, andr a vederla e le porter la benedizione apostolica.
- Possiamo andare insieme: anche io domani torno ad Albano.
Fu questa la vera e genuina ragione per la quale quel grosso e buon pastricciano del cardinal Marescaldi, dopo avere sbuffato parecchie volte, decise alla fine di andare a visitare la nipote Guendalina.
La quale, dopo la liberazione di Paolo Emilio, se vogliamo esser giusti, non era veramente tanto ammalata quanto il medico albanese voleva far apparire per acquistare il diritto di citare la guarigione ai suoi clienti.
Guarire una signorina Marescaldi! Ma ci scherzate, voi! Io credo che, pi di una volta, il bravo uomo ebbe la tentazione di peggiorare artificialmente il male della giovinetta, perch si potesse dire, per tutti i castelli romani, che egli aveva salvato dalla morte l'ultima dei o delle Marescaldi.
Sia comunque, era una bella mattina quella nella quale giunsero alla villa sua eminenza lo zio e sua eccellenza la madre della fanciulla.
Ada, avvertita in tempo, corse a incontrarli.
La principessa abbracci e baci sulla fronte Ada: quell'abbraccio e quel bacio erano per lei ancora un conforto.
- Ha saputo - disse donna Vittoria - che sua madre e sua sorella sono partite da Roma?
- No - rispose Ada, abbassando la fronte.
La principessa trasse Ada da un canto e, mutando improvvisamente di tono, le disse, lisciandole maternamente i bei capelli neri:
- Senti, figliola mia, io credo che tu sarai costretta a rimanere sola, senza famiglia; perch anche tuo fratello, il povero Adolfo...
- S, anche lui, anche lui ha parlato di partire, di tornare nel Giappone...
- E tu, sei disposta a seguirlo?
Ada arross. Dopo la scena del villino al Macao, ella non osava pi restare con Adolfo: l'avevano costretta a vergognarsi dell'amore fraterno che la stringeva a lui.
- No - rispose, abbassando gli occhi - il mio povero fratello non vuole espormi ai pericoli di un viaggio cos lungo e difficile.
- Vedi, dunque, che resterai sola.
- Sola ero anche prima. Avevo forse io, prima, una famiglia? Lei, signora, non potr mai immaginare quale vita sia stata la mia, prima del ritorno di Adolfo...
- E che cosa pensi di fare?
- Tornarmene in quel ritiro, dove, quando facemmo la prima comunione, siamo restate otto giorni, Guendalina e io... Vivere la vita delle suore, ecco quello che penso di fare. Del resto, non mi rimane altra scelta....
- Ascoltami - riprese donna Vittoria, con un accento sempre pi dolce e affettuoso - ascoltami. Tu sei buona; il fango, nel quale ti avevano cacciata, non ti ha macchiato... e tu sei, ora, sola nella vita; anche io, quando Guendalina sar diventata contessa di Santa Laura, anche io sar sola. Nel mio vasto palazzo, nella mia deserta esistenza, ci sar un posto vuoto...
La mano lunga e magra della principessa seguitava a lisciare i neri capelli di Ada: tacque per qualche secondo, poi soggiunse:
- Io ti offro il posto di Guendalina.
Ada accett, singhiozzando.
Era la prima voce di conforto che giungeva a lei, era la prima voce pietosa che le veniva da questo mondo, che l'amara esperienza le aveva fino allora insegnato a temere...
Dopo avere ottenuto dal fratello e dal cavalier Montera che le fosse risparmiata la vergogna e il dolore di un processo infame, nel quale ella doveva sorgere accusatrice contro quelle due donne scellerate, che pure erano sua madre e sua sorella, Ada si era rinchiusa in s stessa, grata alla nobile famiglia Marescaldi, che l'aveva, per poco ancora, lasciata dimenticata accanto a Guendalina.
Donna Vittoria l'aveva dolcemente svegliata da quel sonnambulismo penoso, l'aveva svegliata per rialzarla dinanzi agli altri e a s medesima: Ada non poteva trovare altra risposta che quella di piangere e baciare le mani stecchite della vecchia dama.
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Piovigginava, quella mattina. C'era, nell'aria della campagna, nelle foglie novelle degli alberi, nei raggi intermittenti di sole che, volta a volta, chiazzavano di oro il verde dei prati, nelle ombre sfumate e calde dei nuvoloni vaganti pel cielo, c'era come un rinascimento misterioso, una risurrezione primaverile, un profumo umido e molle di vegetazione, un'evaporazione di amori vegetali; gli uccelli, felici di quella festa della grande Venere antica, davano una voce, un ritmo anacreontico, cantando le pi belle e salaci loro canzoni, a quelle nozze universali.
In tutta quella immensa e silenziosa villa Marescaldi ferveva il lavoro arcano della nuova primavera. I fiori levavano dalle siepi, dalle aiuole, dai rami degli alberi i calici che parevano stanchi di volutt: migliaia di stille minutissime venivano gi con un fremito, un mormoro sommesso, sulle foglie di mille gradazioni di verde... e, in fondo a tutto, un cielo grigio dove le nuvolette soffici soffici erano ammucchiate come cuscini di raso bianco nella stanza di un'odalisca.
Guendalina, ancora convalescente, pallida pallida, ma serena e sorridente, aveva abbandonato una mano a Paolo Emilio, che la stringeva fra le sue, con quella timida effusione con cui una bambina si stringe al petto una colomba, ma che ella teme di soffocare.
Guendalina era vestita di una lunga vestaglia bianca, la stessa di quella sera in cui Paolo Emilio manc al convegno e cadde nel tranello tesogli dal dottor Kaiser.
Era seduta sopra una lunga sedia americana, presso la finestra tutta aperta, e beveva tutti quegli effluvi della villa, come se la facessero rivivere a poco a poco.
Un venticello, tutto idillico, movendosi dalla chioma fiorita degli alberi, giungeva sino alla sua chioma castana, che si spartiva sulla fronte e fluiva sulle spalle e sul seno rattenuto solo da un nastro: nei suoi occhi cerulei pareva riflettersi tutto il magnifico spettacolo di quel risveglio universale all'amore.
Paolo sentiva nella mano, che stringeva tratto tratto, i brividi infinitesimali, che, percorrendo tutta quella deliziosa personcina, si comunicavano con forza triplicata alle fibre di lui, che, sorridente, felice, mostrava, nella sua mirabile facilit di carattere, di aver obliato interamente le lunghe torture inflittegli da un'accusa obbrobriosa e da un'obbrobriosa prigionia.
In piedi, accanto alla poltrona, egli si chinava verso di lei e sentiva salire sino al suo cervello il sottile profumo che partiva da quelle trecce, e un acuto desiderio lo animava, accendeva nei suoi occhi un fuoco ardente, intenso, invincibile....
Guendalina sentiva sulle gote la vampata dell'alito caldo del conte e, nel petto, come qualcosa di pungente, di acre, di delizioso....
- Paolo! - diss'ella, chiudendo gli occhi.
Paolo aveva sfiorato le labbra della sua fidanzata.
In quel momento furono sollevate contemporaneamente e senza strepito due portiere.
Gli amanti non se ne avvidero.
A una era apparsa la faccia rubiconda del cardinale: all'altra il profilo severo di donna Vittoria. Le portiere ricaddero discretamente e i due volti scomparvero.
Il cardinal Marescaldi rideva di un grosso riso di frate osceno: donna Vittoria era, invece, intenerita, e due lagrime solitarie le spuntavano sugli occhi, che avevano perduto ogni durezza.
...
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...
FINE.